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Matt Haig - "Biblioteca di mezzanotte"

Le scelte”

Recensione del libro:Biblioteca di mezzanottedi Matt Haig


Le scelte... tutti ci siamo sentiti a disagio in qualche momento quando ci è toccato fare una scelta, ci sono persone che sentono questa ansia tutto il tempo. E sinceramente, cosa mette più ansia che fare scelte? Per esperienza personale, posso dire che fare scelte è veramente una rottura. Come fai a sapere che stai facendo la scelta giusta? Che succede se dopo te ne penti della tua scelta?...


Hai sentito parlare dell'effetto farfalla? Sicuramente sì, ma comunque spiegherò un po' cosa significa:

"un battito d'ali di farfalla cambia tutto"

Anche la più piccola azione o la minima decisione finiscono per produrre un grande cambiamento nel breve e nel lungo periodo. In questo modo sei tu che, a partire da questo momento, puoi cambiare il tuo presente e il tuo futuro.


La teoria del caos è una legge enunciata da James Yorke e ci ricorda che il mondo non segue un modello preciso al millimetro e prevedibile; lo si voglia o no, nella nostra vita alberga anche il caos, questo piccolo spazio lasciato al caso, dove risulta quasi impossibile prevedere l’effetto di determinati eventi.


Lo stesso James Yorke riassume in una semplice frase l’importanza della sua teoria: occorre essere preparati a cambiare i piani in qualsiasi momento.


Secondo questo principio, ogni decisione quotidiana, ogni piccola abitudine finiscono per produrre un grande cambiamento nel corso del tempo. Ciò significa che il presente può essere considerato come il risultato di scelte e azioni passate, dove il responsabile sei fondamentalmente tu…


Già senti la pressione? Mi stai dicendo che oggi un camion potrebbe avermi ucciso se mi fossi svegliata quando ha suonato la sveglia la prima volta invece di aspettare a che suonasse la terza? E di conseguenza, se fossi uscita prima da casa, non mi sarei preoccupata di guardare da tutti e due i lati perché stavo parlando tranquillamente con una mia amica? Ok no, non penso che sia così estremo. Però, vi rendete conto di quello che ha teorizzato questo Yorke? Come mi dici che ogni scelta che faccio può scatenare un caos e non aspettare che mi venga l'ansia?


Fra la vita e la morte esiste una biblioteca


Ho letto un libro che si chiama la “Biblioteca di mezzanotte”. Il tema principale di questo libro sono le scelte: in poche parole esiste una biblioteca intera per ogni persona piena di diversi tipi di libri (forma, colore, quantità di pagine, ecc.), i quali racchiudono ognuno diverse vite che potrebbe aver avuto una persona se avesse fatto delle scelte diverse nella sua vita: queste variano da cose grandi come scegliere di studiare una disciplina diversa all'università ad altre che sembrano più insignificanti come mangiare un cibo diverso a colazione. La nostra protagonista si chiama Nora Seed.


Nora è presentata come una ragazza piena di rimpianti, quando arriva in questa biblioteca le dicono che può entrare in qualsiasi libro voglia, fino a quando non troverà una vita nella quale vuole rimanere. Lei vede tante vite diverse: in una fu una nuotatrice professionale, in un'altra sceglie di vivere in un paese differente, mentre in una fu persino una cantante.


Puoi indovinare in quale delle vite ha deciso di rimanere?… non posso dirlo perché sarebbe spoiler. Però, quello che si può dire è che Matt Haig, l’autore di questo libro, ha fatto un lavoro stupendo. Oltre ad essere ben scritto, ha una fantastica tempistica e una sequenza dei fatti incredibile, l’inizio può sembrare un po’ lento però la storia non delude. Matt Haig ha creato un libro in grado di farti pensare e riflettere su quello che fai con le tue scelte e le conseguenze che queste possono portare.


Le scelte non saranno mai qualcosa di facile, però dobbiamo capire che non possiamo rimanere bloccati in un nostro proprio libro di rimpianti, quello non sarebbe vivere. Certamente non possiamo nemmeno lasciare che un’altra persona prenda scelte per noi. Lo so, è facile dire che se sbagliamo alla fine non sarà colpa nostra, sarà colpa di quella persona che ha fatto la scelta, ma le conseguenze chi dovrà affrontarle?...


Questo libro mi ha insegnato che le scelte formano chi siamo, siamo quello che siamo adesso per le scelte che facciamo; se non ci piace qualcosa nella nostra vita possiamo sempre cambiarlo, ma dobbiamo prendere l’iniziativa e avere il coraggio di decidere.


Sapevi che le persone più facili da manipolare sono le persone indecise? Questo perché una persona indecisa seguirà sempre una persona sicura di sé (o che lo sembri), la quale voglia prendere decisioni per noi. Vuoi essere tu, quella persona indecisa che non sa come vivere? Ti assicuro che Nora non vuole.


Valentina Giangiulio

Madaline Miller - "La canzone di Achille"

 

Lo avrei riconosciuto al buio o anche se avesse usato un travestimento.
Lo avrei riconosciuto persino nella follia.” - Patroclo


I periodi riportati appartengono a uno dei celebri libri scritti dall’autrice Madaline Miller, ne “La canzone di Achille”.
A pronunciare questa frase è Patroclo, narratore onnisciente del libro in questione. Egli dedica questo suo pensiero intimo all’uomo da lui tanto amato: Achille, eroe leggendario della guerra di Troia e protagonista dell’Iliade. Figlio di Peleo, re dei Mirmidoni di Ftia, e della ninfa Teti, Achille fu incapace di sfuggire al suo destino: ottenere la massima gloria e morire nella guerra contro i troiani.

Molti furono gli scrittori che si concentrarono sulla sua storia, basti pensare all’autore latino Stazio del primo secolo dopo Cristo, il quale scrisse l’Achilleide. Quest’ultimo è un poema epico-storico, incompiuto poiché Stazio morì nel 95 d.C. prima di terminarlo, che per quanto è stato scritto tratta la giovinezza di Achille e il modo in cui la madre Teti lo fece rifugiare nell’isola di Sciro sotto le sembianze di donna, per camuffarlo e nasconderlo dalla guerra.

Madaline Miller però, ricostruisce la storia senza utilizzare la terza persona e senza far sembrare il suo scritto una semplice spiegazione di uno dei miti più celebri della Grecia. L’autrice capovolge la tradizione, il suo intento è quello di mettere in evidenzia il lato amoroso, passionale, tragico della storia di Pelide: l’amore con il suo compagno Patroclo. È proprio per questo che a narrare la storia è il gracile compagno del grande Achille.
La scrittrice vuole far emergere questo: aldilà delle atrocità, della guerra, dei conflitti tra potenze, sono esistite pur sempre due persone che hanno sofferto, che hanno amato e che hanno cercato di sopravvivere in quella dura realtà. La Miller vuole riportare ciò che i libri di storia tralasciano, ovvero il lato umano e sentimentale di due semplici giovani che, fin dall’età prematura, sono stati addestrati con rigore sotto l’ideologia macabra della guerra, e non dell’amore. Nonostante questo, i due giovani si ritrovano ad amarsi, a sostenersi e a non rinunciare all’altro anche se la morte era vicina.
La frase riportata incarna questi valori, Patroclo riconosce Achille anche nella follia. Si sono trovati senza volerlo, senza programmarlo, ma è così che nascono i legami più veri e solidi, inaspettatamente. Patroclo è consapevole della sorte di Achille ma, come lo riconoscerebbe nel buio, lo seguirebbe anche nella morte. “Buio” e “morte” alludono ad un campo semantico molto simile, entrambi i concetti possono rimandare al colore “nero”, a qualcosa di “oscuro”, ma chi rinuncerebbe realmente alla propria vita e ai colori della felicità per una semplice persona? Loro due sono l’esempio simbolico che un rapporto leale, rispettoso e amoroso può esistere, basta solo crederci.

Attualmente le persone sono così tanto abituate a farsi comandare dal proprio orgoglio, egoismo, che si dimenticano di chi è al loro fianco. Per esperienza personale, per capire il valore morale di fondo del libro, basterebbe pensare al matrimonio, esempio più consono e attuale da prendere in esame. Il matrimonio è un’unione di due anime che si promettono rispetto e fedeltà per l’eternità, cosa che hanno fatto anche Patroclo e Achille anche senza sposarsi. Ad oggi determinati principi sono andati perduti, si guarda all’aspetto materiale della vita, alle superficialità, ci si arrende alla prima difficoltà che si incontra, sarà per la modernità che nel 2022 ci circonda? Può darsi.

Pensiamo invece ora a questo: se ci trovassimo in un luogo, senza nulla, solo con una persona a cui teniamo (come è andata per i due personaggi della mitologia greca), saremmo in grado, per come siamo stati abituati a vivere, ad instaurare il loro stesso legame?
Per quanto l’umanità sia diventata superficiale, io non credo.


RECENSIONE DI BUCCINI IRIS, SVOLTA IN ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO 22/02/2022

Una recensione "Meravigliosa"

 

La musica accompagna da sempre le nostre giornate, fin da quando siamo piccoli entra nelle nostre vite senza lasciarle mai. Basta pensare alla nostra mamma che dolcemente mentre ci culla canticchia una semplice ninna nanna; quando in adolescenza iniziamo a sentire il bisogno, a causa di una giornata storta, di sfogarci attraverso questa oppure ancora quando siamo talmente felici da ascoltarla per cantare e ballare e rimanere poi senza voce.

La canzone trattata è un po' il miscuglio di tutte queste emozioni poiché la mia mamma la metteva ad alto volume al vecchio stereo di casa, entrando così nella mia abitazione, nella mia testa e nel mio cuore, senza più uscirne. L'ho vista accompagnare le mie giornate più colorate e quelle più cupe, l'intento è sicuramente, per questo, quello di farla amare un po' anche a voi che leggete.


I Negramaro sono un gruppo musicale pop rock italiano che negli anni 2000 si è fatto strada nel mondo dello spettacolo. Il gruppo trae il nome dal Negroamaro, un vitigno della terra d'origine della band, il Salento, in Puglia. La canzone da cui è partito l'amore per questo gruppo musicale è “Meraviglioso”, eseguita per la prima volta dal vivo il 31 maggio 2008 allo StADIO San Siro di Milano.


TESTO:

È vero, credetemi, è accaduto
Di notte su di un ponte
Guardando l'acqua scura
Con la dannata voglia
Di fare un tuffo giù

D'un tratto qualcuno alle mie spalle
Forse un angelo vestito da passante
Mi portò via dicendomi così
MERAVIGLIOSO

Ma come non ti accorgi
Di quanto il mondo sia
(Meraviglioso)
Meraviglioso
Perfino il tuo dolore
Potrà apparire poi
Meraviglioso

Ma guarda intorno a te
Che doni ti hanno fatto
(Ti hanno inventato il) mare
Tu dici: "Non ho niente"
Ti sembra niente il sole?
La vita, l'amore

Meraviglioso
Il bene di una donna
Che ama solo te
Meraviglioso
La luce di un mattino
L'abbraccio di un amico
Il viso di un bambino
Meraviglioso

(…)

Ma guarda intorno a te
Che doni ti hanno fatto
(Ti hanno inventato il) mare
Tu dici: "Non ho niente"
Ti sembra niente il sole?
La vita, l'amore

Meraviglioso
Il bene di una donna
Che ama solo te
Meraviglioso
La notte ora finita
E ti sentivo ancora
L'amore della vita
Meraviglioso

(…)


Certamente le mie orecchie nel corso della mia vita hanno ascoltato in modo diverso questa canzone, la consapevolezza è cambiata, passando da una semplice “orecchiabilità” ad una vera e propria riflessione sul delicato tema che tratta.

Ci sono momenti in cui la vita appare in modo diverso, momenti in cui ci attraversa senza neanche essere ben metabolizzata, si perde il controllo degli eventi, delle azioni e più frequentemente di quanto si pensa è facile scegliere una via di fuga da questa realtà, pensando che sia l'azione più facile e giusta da compiere per smettere di essere controllati dal tempo che scorre e scivola via dalle nostre mani.

Il testo, la poesia, la canzone, chiamatela come più vi piace in base all'attaccamento che avete nei confronti di questa, ricorda ad ogni essere umano i capisaldi della vita, quei fulcri da cui non ci si deve mai staccare perché è facile perdere l'equilibrio e fare un passo sbagliato verso un punto di non ritorno. Ho sempre associato questa riflessione al bisogno di tenere la mano ad un genitore, loro sono il nostro punto di riferimento da sempre, la nostra ancora, la salvezza; con il corso del tempo, quando si è pronti, rimangono sempre il nostro fulcro più importante ma vengono accompagnati anche da altri, nel caso in cui uno di questi si rompa. È proprio qui che subentrano tutte quelle cose che ci possono rendere felici: << il mondo, la vita, il dolore stesso, l'amore, il sole, la luce di un mattino, l'abbraccio di un amico e il viso di un bambino >>. Quando tutto si fa scuro, non è detto che rimanga così, qualunque cosa può portare la felicità per il semplice fatto che è vita! Il mondo è un posto affascinante e quando viene sottovalutato, le sue piccole bellezze vengono messe da parte, l'uomo tende a perdersi, perché in fin dei conti siamo fragili, è giusto “rompersi” durante il nostro cammino, ma solo le bellezze di quest'ultimo possono tirarci in salvo. La forza deve essere in noi stessi poiché non è detto che << ad un tratto qualcuno alle nostre spalle, magari un angelo vestito da passante>> ci porti via da quella situazione disastrata. Questa POESIA è l'angelo, la salvezza, colei che ricorda che c'è un motivo per vivere e che la tristezza se si vuole davvero è temporanea; come la notte, finisce anch'essa e torna a splendere il sole il giorno seguente, o se piove, il giorno dopo ancora sicuramente ci sarà luce. Non condanno le canzoni più “leggere”, ma ritengo che la musica debba essere conosciuta in tutte le sue sfaccettature perché è salvatrice se ascoltata bene.



                                          Elisabetta Di Virgilio, VA liceo scientifico

 

J. D. Salinger - "Il giovane Holden"

Holden Caulfield, protagonista sedicenne di questo romanzo realizzato da Jerome David Salinger, con la sua disperazione folle e senza tregua, ha voglia di parlare, confidarsi e di non essere più solo ma al contempo la sua insofferenza nei confronti di tutti e insoddisfazione per i rapporti umani lo portano al punto che egli vorrebbe vomitare, fingere di essere un sordomuto e vivere per sempre nel silenzi, pur di stare lontano da tutti.



Povero giovane Holden. Con la sua angoscia per il tempo che passa, il quale non si può fermare, decise allora di visitare in un museo dove le cose non possono mutare, rimangono fisse ed eterne per secoli e secoli. Dove, a tal proposito, suo fratello non sarebbe mai morto, dove quel ragazzo del suo liceo non si sarebbe mai suicidato, dove lui non avrebbe mai abbandonato la scuola vagando per le strade di New York ed infine dove non sarebbe costretto a crescere ed invecchiare e come tutti gli adulti fino a diventare ipocrita, falso, disgustoso e corrotto. 

“Questo è il vero guaio. Non puoi mai trovare un posto bello e tranquillo, perché non esiste.”

Nulla esiste di bello, tranne quel laghetto di Central Park in cui ci sono le anatre che d’inverno volano via. Chissà dove, chissà. Pare che nessuno sappia rispondere alla domanda. Eppure è una delle poche cose che vale ancora la pena chiedersi. Una delle poche cose che tornano in primavera, che non scompaiono. Un’altra cosa c’è, di bello. Sua sorella Phoebe, una bambina già saggia, già adulta e già guida della sua vita. Maledettamente sveglia. Tutto il resto sfugge di secondo in secondo. E senti solo l’abisso che si spalanca e tu cadi giù.

Parole, parole, parole, gli altri non fanno che pronunciare, quando tu non vorresti più parlare, non vorresti più dire nulla, non vorresti più rispondere a quelle domande insensate e stupide. Eppure sarebbe bastato così poco per capire che non esiste la solitudine, che tanti in passato e ora e sempre si sono sentiti con te, che nessuno è inutile al mondo e che la vita è fatta di storie e di legami e di cambiamenti. Ma tu non ne vuoi accettare”. Bisognerebbe andare a vivere nei boschi, fuggire per sempre e lasciarsi andare alle spalle questa società falsa e piena d’inganni. Bisognerebbe davvero volare via come anatre del laghetto di Central Park e non tornare mai più.

L’intera opera è incentrata sul processo di crescita, formazione e maturazione di un sedicenne anticonformista, in conflitto perenne con una società ipocrita e mediocre che rischia di allontanarlo dal mondo degli adulti e al tempo stesso anche da quello dei suoi coetanei. Non è un caso se il passaggio dall’adolescenza alla maturità viene vissuto dal protagonista in totale solitudine. Credo che sia un’opera perfetta per gli adolescenti dato che qualora si sentissero come Holden, tormentati, confusi e incompresi, passano trovare modo di non sentirsi soli nel momento più complesso della vita: l’adolescenza.


Martina Stelluti

"The Mandalorian" di Jon Favreau

 


Questa è la via.

In una galassia lontana lontana, un’astronave sfreccia solitaria attraverso il silenzioso buio del cosmo: un incipit del genere risulterà senz’altro familiare agli appassionati di una delle più famose saghe di fantascienza del grande schermo, ovvero Star Wars. Per la regia di Jon Favreau, la serie TV “The Mandalorian” si colloca immediatamente dopo il finale del sesto film, “Il Ritorno dello Jedi”: al centro della narrazione, troviamo le rocambolesche vicende di un misterioso cacciatore di taglie, chiamato semplicemente “il Mandaloriano”, il cui volto è perennemente nascosto da un elmo in Beskar, un metallo resistentissimo con cui vengono forgiate le corazze di ogni appartenente al popolo di Mandalore. Un giorno, il capo della Gilda a cui “Mando” appartiene propone un nuovo compito al cacciatore: quest’ultimo incontra così un uomo che non vede di buon occhio la Nuova Repubblica, e che mira, con tutta probabilità, a restaurare l’Impero. Egli affida al Mandaloriano la missione di recuperare un “soggetto”: l’unica informazione in loro possesso riguarda il luogo in cui si trova e la sua età, 50 anni. Nonostante “Mando” sia inizialmente diffidente nei confronti del suo nuovo datore di lavoro, accetta l’incarico dietro la lauta ricompensa di una grande quantità di Beskar. Tuttavia, nel momento in cui il cacciatore si troverà davanti al “soggetto”, non potrà fare a meno di chiedersi quale sia il reale intento dell’uomo che lo ha assoldato, e soprattutto quale sarà il destino della piccola creatura su cui è stata posta una così grande taglia…

Divisa in 2 stagioni da 8 episodi ciascuna, la serie si snoda attraverso una successione di variegate avventure: durante i suoi viaggi interstellari il Mandaloriano raggiungerà pianeti sempre nuovi, ritrovandosi inevitabilmente immischiato in situazioni più o meno problematiche, e incontrando una diversificata ed eterogenea galleria di personaggi che si riveleranno di volta in volta amici o rivali; ma nonostante la presenza di numerose sottotrame, la serie ha il pregio di non far perdere mai di vista la storia principale, che si sviluppa tramite un susseguirsi di rivelazioni capaci di ampliare sempre più la complessità del quadro generale, fino allo spettacolare colpo di scena nel finale della seconda stagione, il coronamento perfetto di tutti i riferimenti e di tutte le citazioni presenti negli episodi precedenti, delle vere e proprie “chicche” per i più fedeli appassionati della saga cinematografica.

Il misterioso protagonista si presenta fin dall’inizio come un personaggio complesso, tormentato dai ricordi di un’infanzia difficile e profondamente legato al codice che gli impone di non mostrare a nessuno il proprio volto: in questo senso, l’elmo indossato dal Mandaloriano assume la connotazione di un guscio protettivo che cela le fragilità di un uomo dietro la maschera priva di emozioni di un cacciatore letale e spietato; tuttavia, l’incontro con l’enigmatica creaturina che finirà per accompagnarlo nel corso dei suoi viaggi riuscirà a scalfire la sua corazza apparentemente impenetrabile e a rivelare un animo gentile e leale, capace di affezionarsi e pronto a reagire contro le ingiustizie.

L’universo creato da George Lucas torna dunque ad arricchirsi di nuove storie e di nuovi personaggi grazie ad una serie che rimane fedele alle dinamiche introdotte dal suo iniziatore senza per questo perdere la propria originalità, evidente soprattutto nella colonna sonora – affidata a Ludwig Göransson, e non più allo storico compositore John Williams – e nell’esplorazione di tematiche poco trattate dalle precedenti trilogie.

Nell’attesa della terza stagione, con cui probabilmente anche quest’arco narrativo si concluderà…

che la Forza sia con voi

Beatrice Colella

" 進撃の巨人 - L'attacco dei Giganti " di Tetsurō Araki

 


Quel giorno riaffiorarono alla mente dell’umanità il terrore di essere assoggettati da ‘quelli’, l’umiliazione di essere tenuti in gabbia.

Anno 845. In un Medioevo alternativo dai toni apocalittici, l’umanità è stata condotta sull’orlo dell’estinzione a causa della comparsa di uno spaventoso predatore naturale: i Giganti. Di altezza solitamente compresa fra i tre e i quindici metri, queste misteriose creature dall’aspetto grottescamente antropomorfo si cibano di esseri umani, e nell’arco di 100 anni hanno causato un tale numero di vittime da costringere i superstiti a rifugiarsi all’interno di tre cinte murarie: la più esterna è il Wall Maria, quella di mezzo il Wall Rose, quella più interna il Wall Sina. All’interno di queste mura, alte 50 metri, la vita sembra scorrere tranquilla e al sicuro dalla terribile minaccia del mondo esterno; soltanto una divisione dell’esercito, il Corpo di Ricerca, effettua periodicamente delle spedizioni al di là delle mura nel tentativo di raccogliere informazioni sui Giganti, spesso con esiti disastrosi.

Ma un giorno si verifica qualcosa di impensabile e terrificante: un Gigante alto 60 metri sembra materializzarsi dal nulla davanti alle mura del distretto di Shiganshina, per poi sfondarne con un calcio il cancello esterno. A quel punto ha inizio l’inferno: gli abitanti della città, inermi di fronte ad un attacco così inaspettato, vengono in gran parte sterminati dai Giganti, e il cancello interno crolla sotto l’assalto di uno di questi mostri, misteriosamente rivestito di una corazza naturale.

Il Wall Maria è caduto.

Il giovane Eren, salvatosi dalla strage per miracolo, ha dovuto assistere alla morte della madre, divorata da un Gigante sotto i suoi occhi atterriti; ma la sua determinazione gli consentirà di riscuotersi e di giurare vendetta, e lo porterà, qualche anno più tardi, ad arruolarsi per entrare nel Corpo di Ricerca, assieme alla sorella adottiva Mikasa e all’amico d’infanzia Armin.

Tratta dall’omonimo manga di Hajime Isayama, pubblicato sulla rivista mensile Weekly Shonen Jump, la serie anime de L’Attacco dei Giganti è il riuscitissimo adattamento di una storia ricca di pathos e colpi di scena: sullo sfondo di un’atmosfera spesso cupa e fortemente disillusa, si muovono personaggi dalla psicologia complessa e realistica, decisi a conservare fino all’ultimo la speranza in un futuro migliore e pronti a combattere tenacemente per conquistare la libertà. Proprio questo struggente desiderio è alla base dell’incompreso Corpo di Ricerca, considerato dalla popolazione quasi alla stregua di “tributo per i Giganti”, dati i suoi numerosi insuccessi; tuttavia, lo stemma che questi soldati portano sul petto raffigura due ali sovrapposte, emblema di una convinzione potente, idealistica e insofferente verso il pensare comune: la convinzione che l’umanità abbia il diritto di vivere al di là delle mura, concepite non solo come entità protettive, ma anche come recinto e coercizione. Le persone che vivono all’interno delle mura non hanno sogni, conducono un’esistenza relativamente calma, ma sempre uguale a se stessa, e non si pongono domande sulla natura del mondo esterno; il Corpo di Ricerca è invece portatore, oltre che di una legittima rivendicazione di libertà, anche di un’insaziabile sete di conoscenza, percepibile ad esempio nelle parole del giovane Armin, affascinato dalle infinite possibilità che il mondo potrebbe offrire: in questo senso, il mare diventa il simbolo per eccellenza di tutte le meraviglie naturali di cui l’umanità è stata privata e che non ha mai potuto ammirare. Nonostante questi soldati e soldatesse si ritrovino ad affrontare orrori indicibili, i loro cuori non si arrenderanno mai alla disperazione, e continueranno a dar loro la forza di avanzare, di combattere e di proteggersi l’un l’altra anche fino al sacrificio estremo: la lotta del genere umano si svolge dunque seguendo un cammino altalenante, fatto di dolorose sconfitte e di vittorie mozzafiato, in un crescendo di rivelazioni sempre più sconvolgenti, fino ad arrivare alla destabilizzante scoperta della verità sul mondo esterno e sulla reale natura dei Giganti.

Considerando infine il comparto tecnico – curato da Wit Studio nelle prime 3 stagioni e da MAPPA nella stagione attualmente in uscita – L’Attacco dei Giganti vanta un’animazione di alto livello, un doppiaggio coinvolgente e una colonna sonora trascinante e variegata, adatta ai momenti di maggior tranquillità come alle sequenze più movimentate, per non parlare delle emozionanti sigle di apertura: una combinazione sempre perfetta e avvincente per una serie unica e imperdibile.

Beatrice Colella

George Orwell - "1984"

Il romanzo di George Orwell “1984”, il più famoso tra tutti i suoi lavori, si inserisce nel filone dell’anti-utopia, cioè nella branca della letteratura che si occupa di descrivere una società immaginaria nella quale alcuni aspetti della realtà vengono portati alle estreme conseguenze in negativo. Nel mondo di “1984” di George Orwell si parla di un Grande Fratello che nessuno sa chi sia realmente, non si è neppure sicuri che quell’uomo che si fa chiamare Grande Fratello esista realmente. Eppure il suo volto è stampato sui muri delle città e i suoi occhi seguono ogni azione umana. Lui sa e controlla tutto che sia presente, passato o addirittura futuro. La sua dittatura non è soltanto politica ma soprattutto psicologica.

 

È un romanzo che fa riflettere e che può essere paragonato anche alla nostra realtà. Questi bombardamenti di messaggi fuorvianti, questa volontà di modificare il passato e di conseguenza presente e futuro, di annullare l'individuo, di spegnere i pensieri e le emozioni, è accaduto all'epoca di Orwell ma in un certo senso succede tutt’oggi. Tutti credono che il Grande Fratello abbia ragione, che sia da amare, che ogni cosa che viene detta e urlata attraverso quei teleschermi sia pura realtà, non importa se muta ogni volta. Non è triste tutto ciò? Immensamente triste.



Oggi questo libro è uno dei più letti al mondo e la sua visionaria inclemenza dovrebbe accompagnarci ogni giorno per ricordarci che:

 la libertà non è schiavitù ma soprattutto che l’ignoranza non è forza ma indebolimento. 

Martina Stelluti

"Alien" di Ridley Scott

Nello spazio, nessuno può sentirti urlare.”

Questa la tag-line della celebre pellicola del 1979 diretta da Ridley Scott, e ormai divenuta cult: una frase che riassume perfettamente l’anima angosciosa e claustrofobica di Alien, con le sue ambientazioni cupe e i lunghi momenti di suspense spezzati da rapide sequenze di violenza e orrore.

Collocato in un futuro fantascientifico, il film narra la vicenda dell’astronave cargo Nostromo, diretta verso la Terra con un prezioso carico minerario. L’equipaggio, costituito da sette persone, di cui cinque uomini e due donne, è immerso nell’ipersonno – una sorta di letargo artificiale indotto allo scopo di conservare le energie durante i viaggi più lunghi – quando il computer di bordo, Mater, capta una misteriosa trasmissione da un luogo sconosciuto: una richiesta di soccorso, forse. Oppure una minaccia.

Svegliati dall’intelligenza artificiale, i cosmonauti hanno il compito di seguire il segnale fino a raggiungere la sua origine: questa ricerca li porta ad atterrare su un piccolo pianeta dall’atmosfera elementare, e a formare una squadra che vada ad indagare la fonte della trasmissione, composta dalla navigatrice Lambert, dal vice Kane e dal capitano Dallas. Durante l’esplorazione, questi ultimi si imbattono nel relitto di un’inquietante astronave aliena, al cui interno trovano i resti praticamente fossilizzati di un’enorme creatura mai vista prima: le costole piegate verso l’esterno suggeriscono che sia stata uccisa da qualcosa fuoriuscito dal suo petto.

Ma il vero orrore, quello che darà inizio ad una spirale di eventi sempre più terrificanti, si verifica poco dopo: Kane, calatosi nei meandri del relitto, si trova davanti ad una distesa di strane uova; una di esse si schiude, e l’essere ospitato al suo interno si scaglia sul vice, attaccandosi al suo volto.

Una volta rientrati alla loro nave, gli inquieti membri dell’equipaggio scopriranno, a loro spese, di aver letteralmente aperto la porta ad un ospite indesiderato…

Tale creatura, che dà il titolo al film, è ormai entrata nell’immaginario collettivo come la rappresentazione di ogni incubo che gli spazi extraterrestri possano celare: si tratta infatti di un essere ostile, del tutto privo di emozioni ma dotato di un’intelligenza straordinaria, che lo rende capace di adattarsi all’ambiente che lo circonda e di organizzare una caccia sistematica ai danni dell’equipaggio della Nostromo, al punto da essere definito come un “superstite, non offuscato da coscienza, rimorsi o illusioni di moralità”, secondo le parole dell’ufficiale scientifico Ash – che si rivelerà a sua volta protagonista di una interessante quanto insospettata sottotrama. Oltre che come pericoloso predatore, però, il mostro si presenta anche come l’incarnazione di paure molto più profonde e inconsce: l’artista svizzero H. R. Giger, che si occupò del progetto grafico e creativo, fu ispirato da un suo precedente lavoro, Necronom IV, nel rappresentare l’aspetto e il ciclo vitale dell’alieno, entrambi ricchi di forti allusioni sessuali. La forma fallica della testa, priva di occhi visibili, così come le fauci, dotate di un secondo paio di mascelle “retrattili”, ne sono un chiaro esempio, insieme al sistema di fecondazione della creatura che, attraverso quello che si potrebbe definire come un vero e proprio stupro, sfrutta un ospite inerme a scopi riproduttivi. Il fatto che a subire questa sorte sia un uomo e non una donna è anch’esso significativo proprio perché risveglia nello spettatore un grande turbamento, che inevitabilmente lo porta a riflettere sul ribaltamento di ruoli a cui assiste: non sono solo le donne a rischiare di essere vittime di violenza, ma anche gli uomini. E di conseguenza, non è detto che sarà un uomo a risolvere la situazione: di fronte alla sanguinaria minaccia rappresentata dall’alieno, si profila ben presto la figura della vera protagonista, ovvero il tenente Ellen Ripley.

Nel corso di una serie di avvenimenti ben orchestrati dal regista, la giovane donna che sembrava avere inizialmente il ruolo della “donzella da proteggere” si rivela infatti capace di prendere in mano la situazione e di reagire con sangue freddo anche davanti ai momenti di crisi e di tensione, nonostante l’equipaggio si assottigli sempre più. Interpretata da una allora quasi sconosciuta Sigourney Weaver, Ellen Ripley rappresenta un esempio di coraggio e di resilienza, libero dagli stereotipi legati ai “ruoli” maschili e femminili, e per questo splendidamente verosimile, in quanto raffigurante una persona, prima ancora che una donna.

Oltre alla contrapposizione tra il mostro e l’eroina, si può identificare anche quella che a tutti gli effetti è una terza protagonista: l’atmosfera. I luoghi in cui si svolge la vicenda, in particolare gli interni della Nostromo, sono infatti resi con una tale cura e un tale realismo da dare quasi l’impressione di esserne risucchiati: le fredde luci al neon, i numerosi angoli bui e i lunghi corridoi dall’aria labirintica, in quanto uguali gli uni agli altri, sembrano quasi diventare dei personaggi attivi, capaci di caricare di tensione ogni silenzio e ogni esitazione.

Ed è proprio la tensione il punto di maggior forza dell’intero film: il mostruoso alieno nascosto nei meandri dell’astronave appare solo per brevi istanti, ognuno dei quali si dimostra fatale; ma come si può dare la caccia ad una creatura di cui sai di essere potenziale preda?


Beatrice Colella

Herman Melville - "Moby Dick "

Il mare esercita da sempre una particolare attrattiva sugli esseri umani.
I suoi sconfinati orizzonti blu, i misteri celati nei suoi abissi, le meravigliose creature che lo abitano hanno condotto da secoli generazioni di marinai ad imbarcarsi verso mete sconosciute, fino ad arrivare ai nostri giorni.

In questo viaggio così lungo e ben lontano dall’avere una fine, il capolavoro di Herman Melville “Moby Dick” si colloca intorno alla metà del 1800, quando baleniere provenienti da ogni parte del mondo incrociavano negli oceani, per cacciare i più possenti animali marini mai esistiti e procurarsi le importanti risorse da loro derivate. Proprio una di queste navi, il Pequod, è al centro della narrazione: il giovane americano Ismaele si imbarca su di essa alla volta di una pericolosa traversata dei tre oceani, in un’epoca in cui i viaggi di una baleniera potevano durare anni ed anni.

Intorno a lui, si muovono gli altri marinai ingaggiati, rappresentanti di una grande eterogeneità: ci sono i tre ramponieri “pagani” Queequeg, Tashtego e Daggoo, e poi uomini provenienti dall’Inghilterra, dalla Francia, dall’Italia, dalla Cina, dalle isole polinesiane; a capo di una ciurma così diversificata, gli ufficiali Starbuck, Stubb e Flask, dai caratteri profondamente variegati tra loro; e su tutti si erge la figura di Achab, il misterioso capitano dalla gamba d’avorio. Dopo la partenza del Pequod, egli trascinerà con il suo carisma l’intero equipaggio a condividere il suo spaventoso, determinato e folle obiettivo: la caccia alla mostruosa Moby Dick, la balena bianca responsabile della sua mutilazione.

Ispirato alla vicenda realmente avvenuta della baleniera Essex, naufragata in seguito all’attacco di un capodoglio, e alla balena chiamata “Mocha Dick”, che imperversò nei primi anni del XIX secolo prima di essere catturata, questo romanzo è la storia di un gruppo di uomini alle prese con uno degli avversari più inquietanti di sempre: l’ignoto. Esso si manifesta lungo tutto l’arco della narrazione: nelle descrizioni delle balene, animali grandiosi ancora poco conosciuti a quell’epoca e per questo paragonati a terribili Leviatani; negli spaventosi fenomeni che spesso si presentano agli occhi atterriti della ciurma, con il loro carico di significati oscuri e di presagi di sventura; nella rappresentazione dell’oceano sconfinato, le cui alte onde diventano la prova più tangibile del respiro e della vita di una creatura immane e sublime; e nella stessa Balena Bianca, che diventa incarnazione di tutte le ossessioni umane e di tutti quei limiti che non potranno mai essere superati.

Achab, protagonista assoluto benché la storia venga raccontata da Ismaele, è un personaggio titanico, l’antieroe per eccellenza: la sua anima tormentata ha conservato una grande lucidità, messa però al servizio di un fine assolutamente irrazionale, che lo porterà a precipitare ineluttabilmente in una spirale infernale, e a trascinare con sé nelle tenebre anche il resto dell’equipaggio, in una tragica lotta dal finale già scritto.

Moby Dick è lo specchio di un periodo storico ben preciso e di una mentalità particolare, legata alla navigazione e ai molti pericoli che la professione di baleniere comportava; non mancano però alcuni spunti decisamente attuali, come la descrizione del rapporto che si instaura tra Ismaele e Queequeg nei primi capitoli, quasi la rappresentazione di una coppia omosessuale, o la riflessione ecologista ante litteram che si affaccia alla mente del narratore nel considerare l’effettiva riduzione delle dimensioni delle balene e il rischio di una loro potenziale estinzione. Un libro davvero coinvolgente, ricco di simbolismi e dall’atmosfera tesa e realistica, che ci rende inquieti partecipi del lungo viaggio del Pequod, esposti alle tempeste più distruttive come alle calme giornate di bonaccia, in cui il sole splende su di noi e il mare si stende davanti ai nostri occhi come una tranquilla prateria azzurra, nonostante i mille pericoli sconosciuti nascosti sotto la sua superficie cristallina.


Beatrice Colella

Casadilego - cantante

Elisa Coclite in arte Casadilego è la vincitrice del talent xFactor targato Sky; ha soli 17 anni ed è di Bellante in provincia di Teramo per cui possiamo affermare il nostro orgoglio abruzzese.


Fin dai casting ha stregato tutti per la sua voce soave, per la maestria con cui suona chitarra e pianoforte e inoltre per la sua maturità nell’esibirsi come se fosse una veterana nonostante sia giovanissima. In questo percorso è stata guidata dal giudice Hell Raton che le ha permesso di sperimentare musicalmente il più possibile, mostrandoci live dopo live diverse sfumature di Elisa. Il suo singolo “Vittoria” è stato scritto da Mara Sattei, una delle artiste che in questo momento dominano il panorama musicale, ed è stato prodotto da Strage e Slait. Questa canzone ha un testo molto profondo, reso unico dalla sua voce e dalla sua interpretazione.


Inoltre la cantante ha scelto questo nome d’ arte poiché significa molte cose: è un omaggio al suo idolo Ed Sheeran che scrisse infatti la canzone “Lego House” ed inoltre vuol dire costruire se stessi e la propria vita mattone dopo mattone.


Per me Casadilego è un esempio per tutti quei giovani che coltivano delle passioni e sperano un giorno di poterle realizzare a pieno. Inoltre mi ha insegnato ad accettare e ad amare noi stessi con tutte le nostre imperfezioni. Infatti riguardo al body shaming ha risposto dicendo di amare il suo corpo e che l’unica cosa che le interessa davvero è vivere di musica.


Cristiana Corraro

"La regina di scacchi" di Scott Frank e Allan Scott

Netflix è diventata la piattaforma online favorita dalla pandemia che ci ha costretto a trascorrere molte più ore in casa. Ormai le serie tv non solo interessano noi giovani ma sono diventate uno degli intrattenimenti preferiti anche dagli adulti. Nell’ultimo periodo la miniserie 📺 “La Regina di scacchi” è diventata la serie punta di Netflix. È ideata da Scott Frank e Allan Scott i quali si sono ispirati al romanzo di Walter Travis del 1983. La protagonista nei panni di Beth Harmon è la giovane Anya Taylor Joy (già comparsa in Split, The Witch, Emma). Questo personaggio appare magnetico per la sua bellezza così particolare e inoltre per il fascino, l’eleganza e la facilità con cui riesce a giocare le sue partite.

 LA REGINA DI SCACCHI 

Il gioco degli scacchi appare intuitivo, razionale e complesso. Pare che Beth nella sua strategia di gioco si sia ispirata al giocatore Bobby Fischer, il quale dominò il mondo degli scacchi tra il 59 e il 69, anni in cui è ambientata la serie. La giovane Harmon riesce a districarsi e ad affermarsi in un mondo di uomini con una naturalezza sorprendente che però non sempre rispecchia la realtà di quei anni in cui vi è ancora un’evidente disparità di genere. Inoltre è un’orfana che riesce tuttavia a trovare l’amore paterno nell’uomo che le ha insegnato per la prima volta a muovere un pedone. Nella sua vita incontra diversi uomini che mostrano nei suoi confronti grande ammirazione, ma non si innamora di nessuno di loro. Tuttavia prova un forte amore adolescenziale nei confronti di Towns, che a distanza di anni si rivelerà per lei un amico fedele.


In questa serie la storia principale si interseca con storie di donne che sono destinate a soffrire come la madre naturale e la sua matrigna la quale si lascia andare a causa dell’alcolismo. Tutto ciò contribuisce a creare un carattere psicologico complesso di Beth la quali toccando spesso il fondo riesce a riemergere anche grazie alla sua amica d’infanzia che diventa la sua ancora di salvezza. Al di là dell’intreccio drammatico non si può far a meno di notare gli abiti alla moda degli anni 70 e le ambientazioni che rievocano città come Parigi e Berlino.


Infine questa serie tv per tutti questi aspetti mi ha travolto emotivamente sin dal primo episodio e nel finale ha confermato di essere una delle mie preferite in assoluto, suscitando in me grande curiosità per gli scacchi.

Cristiana Corraro


"Race - Il colore della vittoria" di Stephen Hopkins


Ho deciso di commentare questa pellicola di Stephen Hopkins realizzata nel 2016 in quanto si tratta del film-biografia del campione pluriolimpionico di colore Jesse Owens. Tale film mi ha segnata profondamente in maniera positiva poiché mi ha insegnato che

la perseveranza e credere in se stessi è l'unica carta vincente
che abbiamo per inseguire i nostri sogni
nonostante ciò che accade attorno a noi

La pellicola inizia nel raccontare il bellissimo rapporto che si viene a instaurare tra Jesse e il suo coach Larry Snider durante gli anni universitari nella Ohio University. Jesse dopo essersi fatto notare per i suoi grandi risultati come velocista comincia inoltre a infrangere un record uno dopo l'altro fino ad ottenere la convocazione per le Olimpiadi del 1936 a Berlino, le quali si svolsero nonostante lo scandalo delle leggi razziste emanate dalla Germania. Egli oltre a essere una delle promesse dello sport a stelle e strisce diventa il simbolo di riscatto della comunità afroamericana la quale era afflitta dall'attuale situazione in America riguardo il razzismo. In seguito alla sua chiamata per i Giochi del ‘36, la politica guidata da Hitler divide il comitato Olimpico Americano nella scelta di partecipare o meno. In seguito ad una votazione dei membri del Coni Americano vinsero i favorevoli anche se la comunità di cui faceva parte Jesse gli consigliò di non partire.

Owens decise di partecipare seguendo il proprio cuore e soprattutto le parole del suo coach, il quale da come si evince nel film dedica gran parte della sua vita ad allenare Jesse e ripone tutte le sue speranze nell'atleta in quanto vede se stesso da giovane ma putroppo nella sua vita rimpiange di non aver saputo sfruttare a pieno le sue qualità e non vuole assolutamente che Owens commetta lo stesso sbaglio. Finalmente alle Olimpiadi riuscì ad ottenere ben quattro medaglie d'oro nei 100m, 200m, nella staffetta 4x100m e nel salto in lungo.

Durante la manifestazione colpisce il grande rapporto di sportività e di rispetto che Carl Ludwig, atleta della nazionale tedesca ha nei confronti di Owens. A causa della politica nazista egli venne arruolato nell'esercito come punizione. Inoltre il momento del podio di Jesse mi ha suscitato un sentimento di indignazione poiché lo stesso Hitler si rifiutò con disprezzo a stringere la sua mano solo perché era appunto di colore. Race oltre a raccontare la vita tra up e down di uno degli atleti più importanti che siano mai esistiti, fornisce un quadro storico quanto più realistico segnato purtroppo dall'inizio della dittatura di Hitler, il genocidio degli Ebrei e le leggi razziali in America che continuano a persistere anche dopo le Olimpiadi.

Dal film si avvertono le tensioni politiche e sociali che mi hanno fatto capire quanto fosse difficile vivere in questo periodo per le minoranze sociali. Nonostante le difficoltà dell'epoca questo grande atleta secondo me può essere considerato un EROE CONTEMPORANEO, un esempio nella vita e nello sport.

Il regista inoltre ha voluto esaltare il concetto di talento puro e il vero significato dello sport capace di unire tutti gli uomini indistintamente dal colore della pelle, dal luogo di nascita o dalle possibilità economiche. Lo sport infatti ha il compito di vanificare ogni forma di emarginazione e di discriminazione ed inoltre è lo strumento con cui molti adolescenti oggi possono superare momenti difficili della propria vita.

Cristiana Corraro

Douglas Adams - "Guida galattica per gli autostoppisti"

Ognuno prende da un libro ciò di cui ha bisogno, quello che gli serve per stare meglio in quel momento. Alle volte accade si vada ben oltre l'intenzione stessa dell’autore, ma la letteratura, anzi l'arte più in generale, è così.

Ci trovi te stesso, l'autore, te stesso e l’autore… ci trovi nessuno.


Questa è Guida galattica per gli autostoppisti. Un esilarante romanzo di fantascienza, che parla di tutto e niente al tempo stesso. Tuttavia da non sottovalutare, non fosse solo per capire l'importanza vitale di un asciugamano quando fai l’autostoppista!
Di fatto si arriva all'ultima pagina con più domande di quante se ne avessero all’inizio. Perché leggerla allora? La Risposta è molto semplice: 

Quarantadue! - urlò Loonquawl” 
- Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams -


Sara

Dacia Maraini - "Colomba"

Colomba è un romanzo che può essere raffigurato come

una matriosca di storie.

Nella storia di Zaira e sua nipote, si alternano storie dei vari componenti della loro famiglia. All'inizio del libro c'è un albero genealogico che aiuta il lettore ad orientarsi nei numerosi personaggi del romanzo. Sono maggiormente personaggi femminili dalle personalità forti: nonostante vite difficili combattono per rimanere a galla di fronte all'abbandono dei loro compagni e alle difficoltà per allevare i propri figli.

Fra tutte queste donne tenaci c'è Zaira che non si arrende alla scomparsa della propria nipote. È disposta a tutto: a setacciare le montagne abruzzesi, ad imbattersi in uomini poco raccomandabili, a superare i propri limiti fisici pur di salvare la sua adorata nipote da un destino crudele.


La bellezza di questo romanzo, dovuta anche alla presenza di miti greci e leggende, dimostrano una grande ricerca dell'autrice. L'Abruzzo, le sue montagne, le sue leggende, il dialetto marsicano sono frutto di un attento studio dei luoghi e dei territori in cui è ambientata la storia principale. La particolarità del romanzo è che Zaira appare ad una scrittrice come una visione che la costringe quasi a ricostruire il filo della sua memoria.


📚 Nel caso non l'hai già fatto, ti consiglio di leggere questo romanzo 📖

Chiara

Viola Ardone - "Il treno dei bambini"

"Il treno dei bambini" di Viola Ardone è uno dei libri più belli che abbia letto nell'ultimo periodo, l'ho letto con estremo piacere, la scrittura è fluida e autentiche sono le espressioni napoletane, che colorano e scaldano le vicende e i pensieri dei protagonisti.




L'ambientazione mi ha permesso di conoscere l'Italia del secondo dopo guerra, della ricostruzione degli anni 50 e il confronto tra due realtà diverse fa da sfondo alle scelte del protagonista. I legami lacerati, le parole non dette, i sentimenti non espressi, le incomprensioni, sono le incomprensioni di tutti noi e la sensazione di restare in biblico in equilibrio precario non mi ha lasciato per tutta la lettura del romanzo.

Ve lo consiglio perché è davvero bellissimo!

Alla prossima...lettura!

Danila

"Euforia" di Valeria Golino

regia di  V. Golino

con V. Mastandrea, R. Scamarcio, I. Ferrari, J.Trinca.

Euforia è il secondo film della Golino che dopo una grande carriera da attrice si è avventurata nella regia. È la storia di due fratelli diversi tra loro per carattere e scelte di vita.
Matteo, giovane imprenditore, abile negli affari e uomo di successo, probabilmente non ha accettato fino in fondo la propria omosessualità e si sente in colpa per aver inflitto alla madre il dispiacere della propria diversità. Questo malessere lo porta a una vita di promiscuità e soprattutto di assenza di sentimenti autentici.

Ettore invece ha scelto di vivere al riparo del fallimento, di insegnare nella scuola media della sua città di provincia ma mostra una grande insoddisfazione per la propria vita e sola la relazione con una giovane donna gli dà l’illusione di poter uscire da questo grigiore. La malattia lo costringe non solo ad far emergere ciò che tenta di nascondere ma lo porta a rivedere il suo rapporto con il fratello.

Per entrambi si presenta l’occasione per mettersi a nudo, di confrontarsi e di dirsi tutto quello che non si erano mai detti prima. Matteo  non accetta la scelta del fratello di non volersi più curare perché ciò gli procura un forte senso di abbandono. Ma quando vede Ettore gioire semplicemente per il volo di un stormo di uccelli comprende che il loro legame andrà al di là della morte.

Recensione di Chiara Magliocca

Franz Kafka - "La metamorfosi"

Libri salvati: II edizione 1933-2020, "La felicità della libertà di espressione"

Anche quest'anno la Bibliomediateca aderisce all'iniziativa "Libri salvati" promossa dall'AIB - Associazione Italiana Biblioteche - che si svolgerà da domenica 10 a sabato 17 maggio 2020.
Si tratta di una rassegna annuale di letture pubbliche dei libri bruciati dai nazisti nei roghi di Berlino e altre città della Germania il 10 maggio 1933.

Uno degli autori, le cui opere furono proibite e bruciate, è Franz Kafka e in particolare vi proponiamo la lettura del suo racconto "La metamorfosi", che trovate anche sul nostro canale BiblioTube.

Quando ho letto per la prima volta il racconto di Kafka, ero già grande, avevo circa vent’anni e ricordo ancora quella sensazione di curiosità mista a incredulità che mi accompagnò fino alla fine della storia e perdurò per molto molto tempo dopo.

L’incipit nella sua agghiacciante normalità:

“Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto”,

mi affascinò subito, ma presto la curiosità di capire quale fosse la ragione di una simile metamorfosi mi tormentò.

Tre erano le domande che continuavo a pormi:
C’è una colpa da espiare?
Qual è?
Soprattutto, perché Gregor non si ribella?

L’aspetto che più di ogni altro mi feriva, mano a mano che leggevo, era rendermi conto che Gregor non provasse stupore, né orrore per la propria condizione e che, soprattutto, non tentasse di reagire.
Forse che la progressiva coscienza di sé, seguisse uno sviluppo proporzionale alla progressiva frattura tra il soggetto e l’altro-da-sé?

La meraviglia, l’incredulità, l’orrore da parte di Gregor sarebbero stati presupposti per una ribellione da parte di un soggetto immerso in una quotidianità sconvolta da un improvviso e quanto mai inatteso accadimento che, però, nel suo caso non suscita né stupore né la benché minima reazione!

E in più la precisione, la minuzia, il realismo con cui Kafka costruisce lo scenario entro il quale la sua creatura vive, erano per me stupefacenti, perché percepivo che Gregor iniziava la sua vera vita solo dal momento in cui inizia ad espiare la sua “colpa”. Ma quale?

Ma se ci trovassimo di fronte ad una rappresentazione onirica, come dire, di fronte ad una sceneggiatura da incubo, se volessimo riportarla ai canoni di oggi, l’effetto non sarebbe certamente lo stesso. Fu la tecnica profondamente realista (tipica del naturalismo) a sconvolgermi: ambientazioni reali e personaggi concreti, con una vita normale, sono inseriti perfettamente in questi quadri e, all’improvviso questa routine viene rotta da un evento ignoto oltre che inatteso, e che resterà ignoto per tutto il racconto e non ci sarà data la più piccola chance di capirne il senso. Come se non bastasse, duarante la narrazione ho perso completamente l’orientamento: narratore e narrato si fondono nella stessa persona. Kafka/Gregor vede la sua narrazione o, per meglio dire, la subisce, vi si identifica totalmente, non agisce ma viene agito. La narrazione perciò acquista molto dell’automatismo del sogno.

Come dirà lo stesso Kafka: 

“come il sogno, lo stesso comandamento sembra essere assurdo, senza rapporto, inevitabile, senza alcuna ragione può colmare di gioia o di angoscia, non è interamente comunicabile ma impone una comunicazione”.

Proprio questa incomunicabilità del mondo interiore e, al tempo stesso, l’insopprimibile urgenza con la quale esso impone una comunicazione è la difficoltà insolubile della poetica kafkiana.

L’insetto è la concretizzazione dell’alienazione dell’Io, rappresenta la frattura fra anima e corpo. In realtà il problema più angoscioso è quello di ristabilire quell’armonica unità dell’anima e del corpo che costituisce il principio dello sviluppo spirituale in senso ebraico-chassidico, religione professata dalla famiglia di Franz Kafka.

Secondo il Chassidismo infatti: “l’anima può conservare la propria unità soltanto se vive all’unisono con tutte le forze del corpo, poiché l’azione che si compie si deve compiere con tutte le membra”.

Per Kafka quindi il mondo spirituale è sempre strettamente legato con quello materiale. L’Io cioè non è irreale perché è calato nel corpo, ma diventa irreale e si disperde e s’annulla quando smarrisce il rapporto con la realtà. E’ proprio quello che succede a Gregor Samsa. Progressivamente egli perde contatto con il suo corpo prima e con la realtà che lo circonda poi. Lentamente i sensi si modificano, la vista a poco a poco si fa meno acuta, i colori scompaiono, il grigio domina le sue percezioni visive, il piacere nel gustare i cibi soliti scompare, l’armonia con tutto il mondo che lo circonda va annullandosi e credo che, come osservò Wolfgang Kajser:

“l’estraneità ha origine in Kafka non nell’Io, ma nell’essenza del mondo e nella mancata concordanza tra l’Io e il mondo”.

Kafka ha rapprensentato magistralmente, in questo racconto, il progressivo ottenebrarsi dell’Io nell’ottusità del corpo. Il corpo si estranea dall’Io, ma l’Io si annulla nel corpo. Il suo rifiuto del mondo è il rifiuto della coscienza, poiché è il rifiuto dei sensi.

E mi sento di concludere riportando il pensiero di Landsberg: “La metamorfosi riflette piuttosto la lotta tra la sventura di essere nati e la colpa di non voler essere, tra la sventura di essere responsabili e al tempo stesso di non volerlo essere”. Infatti l’unica reazione di Gregor non è quella di porsi il perché di tale trasformazione ma quella di rimettere ai suoi familiari ogni decisione, ogni responsabilità.

Mi è piaciuto tantissimo allora e, quando l’ho riletto per il canale BiblioTube, ne ho apprezzato ancora di più la profondità. Credo sia un libro da leggere!

Grazie per la vostra pazienza e attenzione

Danila