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"The Mandalorian" di Jon Favreau

 


Questa è la via.

In una galassia lontana lontana, un’astronave sfreccia solitaria attraverso il silenzioso buio del cosmo: un incipit del genere risulterà senz’altro familiare agli appassionati di una delle più famose saghe di fantascienza del grande schermo, ovvero Star Wars. Per la regia di Jon Favreau, la serie TV “The Mandalorian” si colloca immediatamente dopo il finale del sesto film, “Il Ritorno dello Jedi”: al centro della narrazione, troviamo le rocambolesche vicende di un misterioso cacciatore di taglie, chiamato semplicemente “il Mandaloriano”, il cui volto è perennemente nascosto da un elmo in Beskar, un metallo resistentissimo con cui vengono forgiate le corazze di ogni appartenente al popolo di Mandalore. Un giorno, il capo della Gilda a cui “Mando” appartiene propone un nuovo compito al cacciatore: quest’ultimo incontra così un uomo che non vede di buon occhio la Nuova Repubblica, e che mira, con tutta probabilità, a restaurare l’Impero. Egli affida al Mandaloriano la missione di recuperare un “soggetto”: l’unica informazione in loro possesso riguarda il luogo in cui si trova e la sua età, 50 anni. Nonostante “Mando” sia inizialmente diffidente nei confronti del suo nuovo datore di lavoro, accetta l’incarico dietro la lauta ricompensa di una grande quantità di Beskar. Tuttavia, nel momento in cui il cacciatore si troverà davanti al “soggetto”, non potrà fare a meno di chiedersi quale sia il reale intento dell’uomo che lo ha assoldato, e soprattutto quale sarà il destino della piccola creatura su cui è stata posta una così grande taglia…

Divisa in 2 stagioni da 8 episodi ciascuna, la serie si snoda attraverso una successione di variegate avventure: durante i suoi viaggi interstellari il Mandaloriano raggiungerà pianeti sempre nuovi, ritrovandosi inevitabilmente immischiato in situazioni più o meno problematiche, e incontrando una diversificata ed eterogenea galleria di personaggi che si riveleranno di volta in volta amici o rivali; ma nonostante la presenza di numerose sottotrame, la serie ha il pregio di non far perdere mai di vista la storia principale, che si sviluppa tramite un susseguirsi di rivelazioni capaci di ampliare sempre più la complessità del quadro generale, fino allo spettacolare colpo di scena nel finale della seconda stagione, il coronamento perfetto di tutti i riferimenti e di tutte le citazioni presenti negli episodi precedenti, delle vere e proprie “chicche” per i più fedeli appassionati della saga cinematografica.

Il misterioso protagonista si presenta fin dall’inizio come un personaggio complesso, tormentato dai ricordi di un’infanzia difficile e profondamente legato al codice che gli impone di non mostrare a nessuno il proprio volto: in questo senso, l’elmo indossato dal Mandaloriano assume la connotazione di un guscio protettivo che cela le fragilità di un uomo dietro la maschera priva di emozioni di un cacciatore letale e spietato; tuttavia, l’incontro con l’enigmatica creaturina che finirà per accompagnarlo nel corso dei suoi viaggi riuscirà a scalfire la sua corazza apparentemente impenetrabile e a rivelare un animo gentile e leale, capace di affezionarsi e pronto a reagire contro le ingiustizie.

L’universo creato da George Lucas torna dunque ad arricchirsi di nuove storie e di nuovi personaggi grazie ad una serie che rimane fedele alle dinamiche introdotte dal suo iniziatore senza per questo perdere la propria originalità, evidente soprattutto nella colonna sonora – affidata a Ludwig Göransson, e non più allo storico compositore John Williams – e nell’esplorazione di tematiche poco trattate dalle precedenti trilogie.

Nell’attesa della terza stagione, con cui probabilmente anche quest’arco narrativo si concluderà…

che la Forza sia con voi

Beatrice Colella

" 進撃の巨人 - L'attacco dei Giganti " di Tetsurō Araki

 


Quel giorno riaffiorarono alla mente dell’umanità il terrore di essere assoggettati da ‘quelli’, l’umiliazione di essere tenuti in gabbia.

Anno 845. In un Medioevo alternativo dai toni apocalittici, l’umanità è stata condotta sull’orlo dell’estinzione a causa della comparsa di uno spaventoso predatore naturale: i Giganti. Di altezza solitamente compresa fra i tre e i quindici metri, queste misteriose creature dall’aspetto grottescamente antropomorfo si cibano di esseri umani, e nell’arco di 100 anni hanno causato un tale numero di vittime da costringere i superstiti a rifugiarsi all’interno di tre cinte murarie: la più esterna è il Wall Maria, quella di mezzo il Wall Rose, quella più interna il Wall Sina. All’interno di queste mura, alte 50 metri, la vita sembra scorrere tranquilla e al sicuro dalla terribile minaccia del mondo esterno; soltanto una divisione dell’esercito, il Corpo di Ricerca, effettua periodicamente delle spedizioni al di là delle mura nel tentativo di raccogliere informazioni sui Giganti, spesso con esiti disastrosi.

Ma un giorno si verifica qualcosa di impensabile e terrificante: un Gigante alto 60 metri sembra materializzarsi dal nulla davanti alle mura del distretto di Shiganshina, per poi sfondarne con un calcio il cancello esterno. A quel punto ha inizio l’inferno: gli abitanti della città, inermi di fronte ad un attacco così inaspettato, vengono in gran parte sterminati dai Giganti, e il cancello interno crolla sotto l’assalto di uno di questi mostri, misteriosamente rivestito di una corazza naturale.

Il Wall Maria è caduto.

Il giovane Eren, salvatosi dalla strage per miracolo, ha dovuto assistere alla morte della madre, divorata da un Gigante sotto i suoi occhi atterriti; ma la sua determinazione gli consentirà di riscuotersi e di giurare vendetta, e lo porterà, qualche anno più tardi, ad arruolarsi per entrare nel Corpo di Ricerca, assieme alla sorella adottiva Mikasa e all’amico d’infanzia Armin.

Tratta dall’omonimo manga di Hajime Isayama, pubblicato sulla rivista mensile Weekly Shonen Jump, la serie anime de L’Attacco dei Giganti è il riuscitissimo adattamento di una storia ricca di pathos e colpi di scena: sullo sfondo di un’atmosfera spesso cupa e fortemente disillusa, si muovono personaggi dalla psicologia complessa e realistica, decisi a conservare fino all’ultimo la speranza in un futuro migliore e pronti a combattere tenacemente per conquistare la libertà. Proprio questo struggente desiderio è alla base dell’incompreso Corpo di Ricerca, considerato dalla popolazione quasi alla stregua di “tributo per i Giganti”, dati i suoi numerosi insuccessi; tuttavia, lo stemma che questi soldati portano sul petto raffigura due ali sovrapposte, emblema di una convinzione potente, idealistica e insofferente verso il pensare comune: la convinzione che l’umanità abbia il diritto di vivere al di là delle mura, concepite non solo come entità protettive, ma anche come recinto e coercizione. Le persone che vivono all’interno delle mura non hanno sogni, conducono un’esistenza relativamente calma, ma sempre uguale a se stessa, e non si pongono domande sulla natura del mondo esterno; il Corpo di Ricerca è invece portatore, oltre che di una legittima rivendicazione di libertà, anche di un’insaziabile sete di conoscenza, percepibile ad esempio nelle parole del giovane Armin, affascinato dalle infinite possibilità che il mondo potrebbe offrire: in questo senso, il mare diventa il simbolo per eccellenza di tutte le meraviglie naturali di cui l’umanità è stata privata e che non ha mai potuto ammirare. Nonostante questi soldati e soldatesse si ritrovino ad affrontare orrori indicibili, i loro cuori non si arrenderanno mai alla disperazione, e continueranno a dar loro la forza di avanzare, di combattere e di proteggersi l’un l’altra anche fino al sacrificio estremo: la lotta del genere umano si svolge dunque seguendo un cammino altalenante, fatto di dolorose sconfitte e di vittorie mozzafiato, in un crescendo di rivelazioni sempre più sconvolgenti, fino ad arrivare alla destabilizzante scoperta della verità sul mondo esterno e sulla reale natura dei Giganti.

Considerando infine il comparto tecnico – curato da Wit Studio nelle prime 3 stagioni e da MAPPA nella stagione attualmente in uscita – L’Attacco dei Giganti vanta un’animazione di alto livello, un doppiaggio coinvolgente e una colonna sonora trascinante e variegata, adatta ai momenti di maggior tranquillità come alle sequenze più movimentate, per non parlare delle emozionanti sigle di apertura: una combinazione sempre perfetta e avvincente per una serie unica e imperdibile.

Beatrice Colella

"La regina di scacchi" di Scott Frank e Allan Scott

Netflix è diventata la piattaforma online favorita dalla pandemia che ci ha costretto a trascorrere molte più ore in casa. Ormai le serie tv non solo interessano noi giovani ma sono diventate uno degli intrattenimenti preferiti anche dagli adulti. Nell’ultimo periodo la miniserie 📺 “La Regina di scacchi” è diventata la serie punta di Netflix. È ideata da Scott Frank e Allan Scott i quali si sono ispirati al romanzo di Walter Travis del 1983. La protagonista nei panni di Beth Harmon è la giovane Anya Taylor Joy (già comparsa in Split, The Witch, Emma). Questo personaggio appare magnetico per la sua bellezza così particolare e inoltre per il fascino, l’eleganza e la facilità con cui riesce a giocare le sue partite.

 LA REGINA DI SCACCHI 

Il gioco degli scacchi appare intuitivo, razionale e complesso. Pare che Beth nella sua strategia di gioco si sia ispirata al giocatore Bobby Fischer, il quale dominò il mondo degli scacchi tra il 59 e il 69, anni in cui è ambientata la serie. La giovane Harmon riesce a districarsi e ad affermarsi in un mondo di uomini con una naturalezza sorprendente che però non sempre rispecchia la realtà di quei anni in cui vi è ancora un’evidente disparità di genere. Inoltre è un’orfana che riesce tuttavia a trovare l’amore paterno nell’uomo che le ha insegnato per la prima volta a muovere un pedone. Nella sua vita incontra diversi uomini che mostrano nei suoi confronti grande ammirazione, ma non si innamora di nessuno di loro. Tuttavia prova un forte amore adolescenziale nei confronti di Towns, che a distanza di anni si rivelerà per lei un amico fedele.


In questa serie la storia principale si interseca con storie di donne che sono destinate a soffrire come la madre naturale e la sua matrigna la quale si lascia andare a causa dell’alcolismo. Tutto ciò contribuisce a creare un carattere psicologico complesso di Beth la quali toccando spesso il fondo riesce a riemergere anche grazie alla sua amica d’infanzia che diventa la sua ancora di salvezza. Al di là dell’intreccio drammatico non si può far a meno di notare gli abiti alla moda degli anni 70 e le ambientazioni che rievocano città come Parigi e Berlino.


Infine questa serie tv per tutti questi aspetti mi ha travolto emotivamente sin dal primo episodio e nel finale ha confermato di essere una delle mie preferite in assoluto, suscitando in me grande curiosità per gli scacchi.

Cristiana Corraro