Il mare esercita da sempre una
particolare attrattiva sugli esseri umani.
I suoi sconfinati
orizzonti blu, i misteri celati nei suoi abissi, le meravigliose
creature che lo abitano hanno condotto da secoli generazioni di
marinai ad imbarcarsi verso mete sconosciute, fino ad arrivare ai
nostri giorni.
In questo viaggio così lungo e ben lontano dall’avere una fine, il capolavoro di Herman Melville “Moby Dick” si colloca intorno alla metà del 1800, quando baleniere provenienti da ogni parte del mondo incrociavano negli oceani, per cacciare i più possenti animali marini mai esistiti e procurarsi le importanti risorse da loro derivate. Proprio una di queste navi, il Pequod, è al centro della narrazione: il giovane americano Ismaele si imbarca su di essa alla volta di una pericolosa traversata dei tre oceani, in un’epoca in cui i viaggi di una baleniera potevano durare anni ed anni.
Intorno a lui, si muovono gli altri marinai ingaggiati, rappresentanti di una grande eterogeneità: ci sono i tre ramponieri “pagani” Queequeg, Tashtego e Daggoo, e poi uomini provenienti dall’Inghilterra, dalla Francia, dall’Italia, dalla Cina, dalle isole polinesiane; a capo di una ciurma così diversificata, gli ufficiali Starbuck, Stubb e Flask, dai caratteri profondamente variegati tra loro; e su tutti si erge la figura di Achab, il misterioso capitano dalla gamba d’avorio. Dopo la partenza del Pequod, egli trascinerà con il suo carisma l’intero equipaggio a condividere il suo spaventoso, determinato e folle obiettivo: la caccia alla mostruosa Moby Dick, la balena bianca responsabile della sua mutilazione.
Ispirato alla vicenda realmente avvenuta della baleniera Essex, naufragata in seguito all’attacco di un capodoglio, e alla balena chiamata “Mocha Dick”, che imperversò nei primi anni del XIX secolo prima di essere catturata, questo romanzo è la storia di un gruppo di uomini alle prese con uno degli avversari più inquietanti di sempre: l’ignoto. Esso si manifesta lungo tutto l’arco della narrazione: nelle descrizioni delle balene, animali grandiosi ancora poco conosciuti a quell’epoca e per questo paragonati a terribili Leviatani; negli spaventosi fenomeni che spesso si presentano agli occhi atterriti della ciurma, con il loro carico di significati oscuri e di presagi di sventura; nella rappresentazione dell’oceano sconfinato, le cui alte onde diventano la prova più tangibile del respiro e della vita di una creatura immane e sublime; e nella stessa Balena Bianca, che diventa incarnazione di tutte le ossessioni umane e di tutti quei limiti che non potranno mai essere superati.
Achab, protagonista assoluto benché la storia venga raccontata da Ismaele, è un personaggio titanico, l’antieroe per eccellenza: la sua anima tormentata ha conservato una grande lucidità, messa però al servizio di un fine assolutamente irrazionale, che lo porterà a precipitare ineluttabilmente in una spirale infernale, e a trascinare con sé nelle tenebre anche il resto dell’equipaggio, in una tragica lotta dal finale già scritto.
Moby Dick è lo specchio di un periodo storico ben preciso e di una mentalità particolare, legata alla navigazione e ai molti pericoli che la professione di baleniere comportava; non mancano però alcuni spunti decisamente attuali, come la descrizione del rapporto che si instaura tra Ismaele e Queequeg nei primi capitoli, quasi la rappresentazione di una coppia omosessuale, o la riflessione ecologista ante litteram che si affaccia alla mente del narratore nel considerare l’effettiva riduzione delle dimensioni delle balene e il rischio di una loro potenziale estinzione. Un libro davvero coinvolgente, ricco di simbolismi e dall’atmosfera tesa e realistica, che ci rende inquieti partecipi del lungo viaggio del Pequod, esposti alle tempeste più distruttive come alle calme giornate di bonaccia, in cui il sole splende su di noi e il mare si stende davanti ai nostri occhi come una tranquilla prateria azzurra, nonostante i mille pericoli sconosciuti nascosti sotto la sua superficie cristallina.
Beatrice Colella

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