Libri salvati: II edizione 1933-2020, "La felicità della libertà di espressione"
Anche quest'anno la Bibliomediateca aderisce all'iniziativa "Libri salvati" promossa dall'AIB - Associazione Italiana Biblioteche - che si svolgerà da domenica 10 a sabato 17 maggio 2020.
Si tratta di una rassegna annuale di letture pubbliche dei libri bruciati dai nazisti nei roghi di Berlino e altre città della Germania il 10 maggio 1933.
Uno degli autori, le cui opere furono proibite e bruciate, è Franz Kafka e in particolare vi proponiamo la lettura del suo racconto "La metamorfosi", che trovate anche sul nostro canale BiblioTube.
Quando ho letto per la prima volta il racconto di Kafka, ero già grande, avevo circa vent’anni e ricordo ancora quella sensazione di curiosità mista a incredulità che mi accompagnò fino alla fine della storia e perdurò per molto molto tempo dopo.
L’incipit nella sua agghiacciante normalità:
“Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto”,
mi affascinò subito, ma presto la curiosità di capire quale fosse la ragione di una simile metamorfosi mi tormentò.
Tre erano le domande
che continuavo a pormi:
C’è una colpa da espiare?
Qual
è?
Soprattutto, perché Gregor non si ribella?
L’aspetto che più
di ogni altro mi feriva, mano a mano che leggevo, era rendermi conto
che Gregor non provasse stupore, né orrore per la propria condizione
e che, soprattutto, non tentasse di reagire.
Forse che la
progressiva coscienza di sé, seguisse uno sviluppo proporzionale
alla progressiva frattura tra il soggetto e l’altro-da-sé?
La meraviglia, l’incredulità, l’orrore da parte di Gregor sarebbero stati presupposti per una ribellione da parte di un soggetto immerso in una quotidianità sconvolta da un improvviso e quanto mai inatteso accadimento che, però, nel suo caso non suscita né stupore né la benché minima reazione!
E in più la precisione, la minuzia, il realismo con cui Kafka costruisce lo scenario entro il quale la sua creatura vive, erano per me stupefacenti, perché percepivo che Gregor iniziava la sua vera vita solo dal momento in cui inizia ad espiare la sua “colpa”. Ma quale?
Ma se ci trovassimo di fronte ad una rappresentazione onirica, come dire, di fronte ad una sceneggiatura da incubo, se volessimo riportarla ai canoni di oggi, l’effetto non sarebbe certamente lo stesso. Fu la tecnica profondamente realista (tipica del naturalismo) a sconvolgermi: ambientazioni reali e personaggi concreti, con una vita normale, sono inseriti perfettamente in questi quadri e, all’improvviso questa routine viene rotta da un evento ignoto oltre che inatteso, e che resterà ignoto per tutto il racconto e non ci sarà data la più piccola chance di capirne il senso. Come se non bastasse, duarante la narrazione ho perso completamente l’orientamento: narratore e narrato si fondono nella stessa persona. Kafka/Gregor vede la sua narrazione o, per meglio dire, la subisce, vi si identifica totalmente, non agisce ma viene agito. La narrazione perciò acquista molto dell’automatismo del sogno.
Come dirà lo stesso Kafka:
“come il sogno, lo stesso comandamento sembra essere assurdo, senza rapporto, inevitabile, senza alcuna ragione può colmare di gioia o di angoscia, non è interamente comunicabile ma impone una comunicazione”.
Proprio questa incomunicabilità del mondo interiore e, al tempo stesso, l’insopprimibile urgenza con la quale esso impone una comunicazione è la difficoltà insolubile della poetica kafkiana.
L’insetto è la concretizzazione dell’alienazione dell’Io, rappresenta la frattura fra anima e corpo. In realtà il problema più angoscioso è quello di ristabilire quell’armonica unità dell’anima e del corpo che costituisce il principio dello sviluppo spirituale in senso ebraico-chassidico, religione professata dalla famiglia di Franz Kafka.
Secondo il Chassidismo infatti: “l’anima può conservare la propria unità soltanto se vive all’unisono con tutte le forze del corpo, poiché l’azione che si compie si deve compiere con tutte le membra”.
Per Kafka quindi il mondo spirituale è sempre strettamente legato con quello materiale. L’Io cioè non è irreale perché è calato nel corpo, ma diventa irreale e si disperde e s’annulla quando smarrisce il rapporto con la realtà. E’ proprio quello che succede a Gregor Samsa. Progressivamente egli perde contatto con il suo corpo prima e con la realtà che lo circonda poi. Lentamente i sensi si modificano, la vista a poco a poco si fa meno acuta, i colori scompaiono, il grigio domina le sue percezioni visive, il piacere nel gustare i cibi soliti scompare, l’armonia con tutto il mondo che lo circonda va annullandosi e credo che, come osservò Wolfgang Kajser:
“l’estraneità ha origine in Kafka non nell’Io, ma nell’essenza del mondo e nella mancata concordanza tra l’Io e il mondo”.
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