“Lo
avrei riconosciuto al buio o anche se avesse usato un travestimento.
Lo avrei riconosciuto persino nella follia.” - Patroclo
I
periodi riportati appartengono a uno dei celebri libri scritti
dall’autrice Madaline Miller, ne “La canzone di
Achille”.
A pronunciare questa frase è Patroclo,
narratore onnisciente del libro in questione. Egli dedica questo suo
pensiero intimo all’uomo da lui tanto amato: Achille, eroe
leggendario della guerra di Troia e protagonista dell’Iliade.
Figlio di Peleo, re dei Mirmidoni di Ftia, e
della ninfa Teti, Achille fu incapace di sfuggire al
suo destino: ottenere la massima gloria e morire nella guerra contro
i troiani.
Molti furono gli scrittori che si concentrarono sulla sua
storia, basti pensare all’autore latino Stazio del primo
secolo dopo Cristo, il quale scrisse l’Achilleide. Quest’ultimo
è un poema epico-storico, incompiuto poiché Stazio morì nel
95 d.C. prima di terminarlo, che per quanto è stato scritto tratta
la giovinezza di Achille e il modo in cui la madre Teti
lo fece rifugiare nell’isola di Sciro sotto le sembianze di
donna, per camuffarlo e nasconderlo dalla guerra.
Madaline Miller
però, ricostruisce la storia senza utilizzare la terza persona e
senza far sembrare il suo scritto una semplice spiegazione di uno dei
miti più celebri della Grecia. L’autrice capovolge la tradizione,
il suo intento è quello di mettere in evidenzia il lato amoroso,
passionale, tragico della storia di Pelide: l’amore con il
suo compagno Patroclo. È proprio per questo che a narrare la
storia è il gracile compagno del grande Achille.
La
scrittrice vuole far emergere questo: aldilà delle atrocità, della
guerra, dei conflitti tra potenze, sono esistite pur sempre due
persone che hanno sofferto, che hanno amato e che hanno cercato di
sopravvivere in quella dura realtà. La Miller vuole riportare
ciò che i libri di storia tralasciano, ovvero il lato umano e
sentimentale di due semplici giovani che, fin dall’età prematura,
sono stati addestrati con rigore sotto l’ideologia macabra della
guerra, e non dell’amore. Nonostante questo, i due giovani si
ritrovano ad amarsi, a sostenersi e a non rinunciare all’altro
anche se la morte era vicina.
La frase riportata incarna questi
valori, Patroclo riconosce Achille anche nella follia.
Si sono trovati senza volerlo, senza programmarlo, ma è così che
nascono i legami più veri e solidi, inaspettatamente. Patroclo
è consapevole della sorte di Achille ma, come lo
riconoscerebbe nel buio, lo seguirebbe anche nella morte. “Buio”
e “morte” alludono ad un campo semantico molto simile, entrambi i
concetti possono rimandare al colore “nero”, a qualcosa di
“oscuro”, ma chi rinuncerebbe realmente alla propria vita e ai
colori della felicità per una semplice persona? Loro due sono
l’esempio simbolico che un rapporto leale, rispettoso e amoroso può
esistere, basta solo crederci.
Attualmente le persone sono così
tanto abituate a farsi comandare dal proprio orgoglio, egoismo, che
si dimenticano di chi è al loro fianco. Per esperienza personale,
per capire il valore morale di fondo del libro, basterebbe pensare al
matrimonio, esempio più consono e attuale da prendere in esame. Il
matrimonio è un’unione di due anime che si promettono rispetto e
fedeltà per l’eternità, cosa che hanno fatto anche Patroclo e
Achille anche senza sposarsi. Ad oggi determinati principi
sono andati perduti, si guarda all’aspetto materiale della vita,
alle superficialità, ci si arrende alla prima difficoltà che si
incontra, sarà per la modernità che nel 2022 ci circonda? Può
darsi.
Pensiamo invece ora a questo: se ci trovassimo in un luogo,
senza nulla, solo con una persona a cui teniamo (come è andata per i
due personaggi della mitologia greca), saremmo in grado, per come
siamo stati abituati a vivere, ad instaurare il loro stesso legame?
Per quanto l’umanità sia diventata superficiale, io non credo.
RECENSIONE DI BUCCINI IRIS, SVOLTA IN ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO 22/02/2022
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