“Ultimo accesso: ieri alle 22:15. Questo non è niente” sbuffò Jenny, stizzita. “Scommetto che l’ultimo accesso di Kay risale al giorno in cui ha installato Whatsapp. Anzi, secondo me non l’ha mai installato…”.
“Ma dai!” replicò Fatima. “Una volta, durante l’intervallo, ho visto che ha uno smartphone: non posso credere che non abbia Whatsapp. Certo che, se non gli chiedi il suo numero, non lo saprai mai…”.
Jenny sbuffò di nuovo, lanciò il telefono sul letto e affondò la faccia nel cuscino. L’amica, seduta accanto a lei, scoppiò a ridere e aggiunse: ”Sei proprio un caso perso! Come pensi di riuscire a conoscerlo meglio se non provi nemmeno a fare il primo passo?”.
Il brontolio di Jenny le arrivò attutito dal cuscino, e perciò incomprensibile. “Che hai detto?!”.
“Ho detto” rispose l’amica, sollevando la testa quel tanto che bastava per farsi capire, “che potrebbe essere anche lui a fare il primo passo, se solo gliene importasse qualcosa…”.
“Non dire così. Evidentemente né tu né lui siete il tipo di persona che farebbe il primo passo, ma non è un buon motivo per abbattersi in questo modo. Come ti è sembrato le ultime volte che ci hai parlato?”.
Jenny si rimise lentamente a sedere, incrociando le gambe. “Come al solito. Se ci siamo solo noi due, riesco a tenere in piedi la conversazione per qualche minuto, ma il più delle volte ci sono anche i suoi amici, e in quel caso ho l’impressione che mi ignori…”
“Dovresti provare a far caso a quello di cui parlano. Così, se Kay si accorge che tu sei interessata, potrebbe coinvolgerti di più, no?”.
“Ma parlano quasi sempre di sport… se c’è una cosa che ho capito di lui, è che non sopporta Chris Mikalidis: credo che siano in competizione, e in effetti è un po’ irritante il modo in cui quel tizio vince costantemente qualsiasi gara di atletica…”.
“Parli del discobolo?” esclamò Fatima, sgranando gli occhi. “Quel bel tipo con gli occhi azzurri e i capelli neri che fa il quinto?”.
“Sì, Fatima, parlo proprio di lui. Non si vede che hai una cotta, sai?” aggiunse, sorniona.
“È impossibile non avere una cotta per lui! È il migliore in qualunque cosa!”.
“Proprio per questo Kay non lo sopporta. Con quell’esercito di ragazze sempre ai suoi piedi, poi…”.
Sedute nella cameretta di Jenny, le due amiche parlavano del più e del meno, mentre il tempo scorreva senza che se ne accorgessero. Dopo un po’, il cellulare di Fatima emise un trillo improvviso. La ragazza lo tirò subito fuori dalla tasca, e dopo aver dato un’occhiata al display, mormorò: ”È un messaggio di mia madre… devo andare a casa.”.
“Non sei riuscita a convincerla a farti stare fuori un po’ di più? Non è nemmeno ora di cena…”.
“Mi dispiace, ma su certe cose non vuole proprio sentire ragioni. Sarà meglio che sistemi pure il velo… anzi, lo metterò prima di girare l’angolo fatidico, così non si accorgerà di nulla…” aggiunse Fatima, strizzando l’occhio all’amica. Jenny sorrise a sua volta: l’’angolo fatidico’ era quello dietro cui Fatima si nascondeva, dopo essere uscita di casa, per togliersi il velo, dove sua madre non poteva controllarla. Mentre prendeva la borsa e salutava la sua migliore amica, Fatima pensò che con tutta probabilità la mamma si era già appostata alla finestra per monitorare la via da cui l’avrebbe vista arrivare. Più tardi, attraversando la strada nella luce sempre più fioca del tramonto, la ragazza sorrise fra sé e sé, scuotendo la lunga treccia castana. Era fortunata ad avere dei vicini di casa comprensivi, che si erano resi conto del suo stratagemma senza farne parola con sua madre. Così, quando arrivò all’”angolo fatidico”, si assicurò che la sua ombra restasse proiettata sul muro e non sul marciapiede, dove la mamma avrebbe sicuramente colto i suoi movimenti; poi tirò fuori il velo dalla borsa, se lo sistemò per bene sul capo e sulle spalle, e riprese a camminare come se niente fosse, diretta verso il portone di casa. Le bastò una rapida occhiata verso l’alto per confermare le sue inevitabili previsioni: sua madre la osservava attraverso i vetri della portafinestra della cucina, con aria sollevata. Poco dopo, nella sua stanza, Fatima riprese il telefono per controllare gli ultimi aggiornamenti alle storie di Instagram.
“Sono a casa.”.
“Ciao, tesoro. Visto che la cena è quasi pronta, va’ a dire a tua sorella di lasciar perdere il telefono”.
“Guarda che ti sento, mamma!” gridò una voce arrabbiata.
Jenny si affacciò dalla porta della sua stanza, indispettita. Era appena tornato il suo fratello gemello, Nico. “Ti dispiace dire a mamma che sto leggendo?” chiese la ragazza.
“Diglielo tu” ribatté il fratello. “Non sono un piccione viaggiatore.”
Camminando lungo il corridoio in sensi opposti, fratello e sorella si ritrovarono uno davanti all’altra. Osservandosi, ebbero modo di considerare, per l’ennesima volta, quanto poco si assomigliassero: Jenny era tutta sua madre, bionda e di carnagione chiara; Nico era la copia di suo padre, con quei folti capelli neri e la pelle olivastra. L’unico punto in comune fra loro erano gli occhi verdi. “Com’è andata all’allenamento?” chiese Jenny, osservando il borsone del fratello.
“Tutto a posto” rispose Nico. “C’era anche Mikalidis.”.
“Perché me lo dici ogni volta? Quel tizio non mi piace, se la ricrede un po’ troppo per i miei gusti…”.
“Si vede che non lo conosci. È un tipo a posto, non si monta la testa… e poi, non avevi detto tu che i ragazzi tatuati ti piacciono?” insinuò il giovane, con un sorrisetto. Jenny arrossì e ribatté:”Direi che non è proprio il caso!”. Il fratello però continuava a punzecchiarla, snocciolando le discipline atletiche in cui Chris Mikalidis, detto “discobolo”, eccelleva: cioè tutte.
“Non m’importa, non m’importa…” ripeteva Jenny, premendosi le mani sulle orecchie. Finalmente, dopo un po’ che andava avanti così, la mamma li chiamò dalla cucina:”Ragazzi! È pronto, vedete di darci un taglio una buona volta!”.
“Arriviamo, mamma!” risposero in coro i gemelli, ridendosela sotto i baffi.
“Ci vediamo domani, Chris! Oh, a proposito, oggi vieni alla festa di Sharon?”.
“No, non vengo, preferisco riposare un po’; comunque salutamela!”.
“E dai, vieni! Così la saluti di persona…”.
Mentre parlava così, Iannis stuzzicava l’amico dandogli delle piccole gomitate sul braccio. L’amico in questione era proprio Chris Mikalidis, idolo dell’intera scuola, soprannominato “discobolo” per il suo fisico che avrebbe fatto invidia ad un atleta dell’antica Grecia. “Credo proprio che tu le piaccia, sai?” aggiunse Iannis. Chris declinò nuovamente l’invito, pur dovendo ammettere che Sharon era effettivamente una bella ragazza, e che quasi sicuramente aveva una cotta per lui, come del resto i due terzi della componente femminile del liceo. “È dura la vita da bomber, vero?” chiese Iannis, ridendo, mentre lo salutava con un’ultima pacca sulla spalla. “A domani, campione!” ribatté Chris, osservando l’amico che si dirigeva verso casa. Rimasto solo, il ‘discobolo’ proseguì lungo la strada, immerso nei suoi pensieri. Passando davanti alla fermata dell’autobus, riconobbe due ragazze che erano sue compagne di classe, intente a scambiarsi immagini di VIP con i telefonini. Quando videro Chris lo salutarono distrattamente, per ricominciare subito dopo a commentare gli ultimi pettegolezzi. Lui rispose al saluto, conscio del fatto che dare inizio ad una conversazione sarebbe stato inutile, e continuò a camminare. Ogni tanto il suo cellulare lo avvisava, con i suoni delle notifiche, dei continui messaggi che gli arrivavano; ad un certo punto, infastidito, il ragazzo lo prese dalla tasca e disattivò la connessione al Wi-Fi. Più tardi, mentre girava la chiave di casa nella serratura, si ritrovò a pensare che, da quando la connessione ad Internet della rete cittadina era stata potenziata, non era passato un giorno senza che vedesse continuamente ragazzi e ragazze con gli sguardi fissi sui piccoli schermi luminosi dei loro cellulari, intenti a postare sempre nuove foto e nuovi video, come se ogni istante delle loro giornate andasse pubblicato sui social. Era una cosa che proprio non gli andava giù. Una volta in camera, controllò le sue chat e rispose a tutti i messaggi. Poco prima di riuscire finalmente a spegnere il telefono, ricevette un’ultima notifica; sull’orlo dell’esasperazione, diede un’occhiata al display. Quando lesse il nome del mittente e il contenuto del messaggio, inarcò un sopracciglio, sorpreso.
Dopo aver letto per la decima volta la stessa frase, Kay rinunciò all’idea di trovare la concentrazione di cui aveva bisogno e chiuse il libro. Aveva troppi pensieri per la testa. Tra pochi giorni il torneo sarebbe cominciato e lui, fino a quel momento, aveva accumulato un punteggio abbastanza alto da poter gareggiare tra i migliori, come ogni anno. Tuttavia, c’era qualcosa che lo rendeva nervoso. Forse si trattava di un paragone esagerato, ma certe volte aveva proprio l’impressione che un’enorme stalattite pendesse sulla sua testa. Ovvio, non era una questione di vita o di morte, ma nella sua mente aveva assunto delle proporzioni di indicibile importanza: insomma, com’era possibile perdere per quattro anni di fila, dopo essere faticosamente arrivato in finale, contro la stessa persona? Quello era l’ultimo anno a sua disposizione: doveva prendersi una rivincita a tutti i costi, o sentiva che non avrebbe più potuto camminare a testa alta. Come se non bastasse, un altro pensiero ricorrente si presentava spesso a scombinare i suoi freddi ragionamenti… un pensiero che aveva gli occhi verdi. Scrollò le spalle, come a volersene liberare, e decise di connettersi, per la prima volta in quella giornata. Un messaggio in particolare attirò subito la sua attenzione. Leggendo le parole nel fumettino bianco, colse la sfida che esse contenevano, e disse fra sé e sé: “Questa volta non andrà come pensi, amico.”
Comodamente seduto in poltrona, con il suo gatto acciambellato in grembo, Teo sembrava uno di quegli antagonisti eleganti e calcolatori dei vecchi film di spionaggio. Mentre ascoltava le sonore fusa del micio, aveva inoltrato lo stesso messaggio a diverse persone della sua classe, aggiungendo un paio di parole per due amici di lunga data: Kay Makales e Chris Mikalidis. Scorrendo le chat, pensò che non sarebbe stato male coinvolgere anche qualcuno delle classi inferiori. Tre nomi gli balzarono all’occhio: Fatima Kalimani, Jenny Delmonte, Nico Delmonte. Inoltrò anche a loro lo stesso messaggio, e non dovette attendere molto prima che le doppie spunte diventassero azzurre. Quando ebbe ricevuto le cinque conferme per lui più importanti, un sorriso impercettibile piegò le sue labbra. “Vediamo come ve la cavate” pensò, accarezzando il gatto ormai addormentato.
Il giorno dopo, Jenny e Nico si mostrarono vicendevolmente gli schermi dei cellulari, con aria perplessa. “Quindi ha scritto anche a te” commentarono all’unisono. “È strano, però” aggiunse Nico. “Ci siamo conosciuti solo poco tempo fa, durante l’Open day: chissà perché ci ha chiesto di partecipare…”.
“Infatti” replicò la sorella. “Negli anni passati non abbiamo mai aderito al…”.
“Ehi, ragazzi!” li chiamò una voce alle loro spalle, interrompendo la considerazione di Jenny.
Era Fatima, con il cellulare rivolto verso di loro a mostrare uno scambio di messaggi con Teo Dariani. “Ha inviato anche a voi due lo stesso messaggio, quello riguardo il torneo di scacchi?” chiese la ragazza. I gemelli si scambiarono uno sguardo, poi annuirono. “Che ne pensate? Avete dato l’adesione?”.
“Sì” risposero in coro; poi Nico aggiunse: ”In fondo non è male come idea… certo che, per avere l’onore di essere presi in considerazione da Teo, dobbiamo essere speciali.”.
“Già” ridacchiò Jenny. “Da quando hanno rilasciato l’aggiornamento di Clash of Realms, nessuno sa più cosa sia il Monopoli, figuriamoci gli scacchi!”.
“Ho sempre pensato che fosse una roba noiosa…” mormorò Fatima. “Magari cambierò idea.”. Mentre parlavano, i tre amici avevano fatto l’ultimo pezzo di strada insieme, giungendo davanti al portone d’ingresso della scuola. Mancava ancora qualche minuto all’inizio delle lezioni, così studenti e studentesse aspettavano in giro per il cortile, con gli occhi fissi sulle pagine di Instagram o del Play Store. Quando salutarono i loro compagni di classe, quasi non ricevettero risposta. “Come sono contenta di essermi cancellata da quel social del cavolo” brontolò Jenny. “Meglio ignorata che zombie…”. Voltandosi, videro un gruppetto di ragazzi del quinto che, miracolosamente, stavano parlando fra di loro. Due di loro erano fin troppo familiari.
“Oh, c’è Kay!” sussurrò Jenny.
“Oh, c’è Chris!” cinguettò Fatima.
“Oh, mio dio…” commentò Nico.
Avvicinandosi, i tre amici distinsero anche Irina Alekseva, Iannis Portokalos e Teo Dariani. Stavano confabulando con aria quasi cospiratoria, ma si voltarono non appena videro arrivare i gemelli Delmonte insieme a Fatima.
“Ciao” esordì Nico. “Sbaglio, o gli scacchisti sono riuniti tutti qui?”.
“Pare proprio di sì” rispose Teo con un sorriso. “Mi fa piacere che abbiate deciso di partecipare anche se per voi è la prima volta. Vi sentite abbastanza pronti?”.
“Più o meno” rispose Jenny. Poi aggiunse, lanciando un’occhiata rapidissima all’indirizzo di Kay:
”Sicuramente ho più possibilità di vincere negli scacchi piuttosto che in qualunque altro sport, quindi l’idea di un torneo mi ispira…”. Le sembrò di cogliere un sorriso sul volto del ragazzo, e sentì il cuore farle una capriola nel petto. Fatima invece disse: ”Non sono molto esperta, per cui non mi aspetto un granché di risultato… ma l’importante è partecipare, giusto?”.
“Non dire così” la rimproverò affettuosamente Irina. “Il talento viene fuori quando meno te lo aspetti. Vero, Iannis?”.
“Puoi scommetterci, bella! Vedrai che io e Chris vi stracceremo tutti, così la pianterete con i soliti luoghi comuni sugli sportivi palestrati ma senza cervello!” rispose lui, inforcando un inesistente paio di occhiali da sole. Scoppiarono tutti a ridere, Iannis compreso, e una volta che il momento di ilarità fu passato, non dissero altro. Pur non sapendolo, si ritrovarono tutti a condividere lo stesso pensiero: il silenzio improvvisamente calato sul loro gruppetto era diverso da quello che riempiva il cortile. Non era un silenzio distratto o imbarazzato. Era un silenzio elettrico, carico di aspettativa e di un certo senso di sfida che serpeggiava dall’uno all’altra, rendendo chiara la percezione di un’opportunità che si faceva sempre più vicina. Erano pronti a vincere, ma non solo. Erano pronti a conoscersi, ad infrangere l’invisibile barriera di apparenza che si snodava intorno a loro, accerchiandoli. Quella stessa barriera che, nella vita di tutti i giorni, li aveva fatti sentire incompresi e inadeguati, e che ora stava cominciando ad incrinarsi.
“Cambio di regine? Guarda che non ti conviene” disse Jenny, togliendo dalla scacchiera il pezzo del suo avversario, Chris Mikalidis. Era in vantaggio di una torre, ma lui aveva ancora uno dei due cavalli, per cui doveva fare attenzione. Dall’esito di quella partita, però, non dipendeva un bel niente: Jenny e Chris erano entrambi fuori dai giochi, eliminati rispettivamente da Fatima e da Kay. Tuttavia, erano soddisfatti: nel giro di un mese, erano riusciti a totalizzare il punteggio giusto per entrare nel novero degli otto giocatori che si sarebbero contesi la “prima scacchiera”, ovvero la vittoria più ambita. Non avevano superato il primo girone, ma non importava: tutte le partite giocate fino a quel momento avevano cambiato qualcosa in loro.
Di lì a qualche giorno sarebbero state disputate le semifinali: Teo, che aveva vinto contro Irina Alekseva, avrebbe affrontato Fatima, e Nico, dopo aver battuto Iannis, se la sarebbe vista con Kay. Aspettando di assistere alle partite decisive, Jenny e Chris avevano continuato ad esercitarsi, vedendosi sempre più spesso, e ora, mentre aspettava che l’avversario facesse la sua mossa, la ragazza si scoprì a fissarlo in modo diverso.
Fino a prima del torneo, aveva sempre pensato a Chris Mikalidis come ad un tipo superficiale, completamente assorbito dalla passione per lo sport, unita ad un certo narcisismo, e dalle sue complicate vicende sentimentali. Soprattutto riguardo queste ultime, Jenny aveva sentito un sacco di storie assurde, riguardanti incontri scabrosi, foto compromettenti che non erano mai state scattate, parole arroganti che non erano mai state pronunciate.
L’imbattibilità nelle discipline sportive, l’apparente indifferenza, la fredda limpidezza dello sguardo: tutte queste cose avevano contribuito a creare un alone particolare intorno a Chris, alimentato dall’idea che lui fosse un ragazzo bello, ma tenebroso, affascinante quando parlava con le sue ammiratrici ma crudele quando lo stancavano. “E questa” pensava Jenny, “è l’idea di un ragazzo ‘figo’”. Il comportamento di un ragazzo figo. Il comportamento che gli altri si aspettavano da lui, per poter continuare ad adorarlo. Ma la realtà era diversa. Chris era diverso.
Osservando i fulmini tatuati sul collo del ragazzo, Jenny pensò a quanto si sbagliassero gli altri sul suo conto. Non era certo il desiderio di mettersi in mostra e di ricevere lodi e complimenti ciò che lo spingeva a dare sempre il massimo in palestra, in piscina o sulla pista dei 100 metri piani; quando sembrava scostante con le ragazze cotte di lui, non lo faceva per divertimento o per noia.
Un’altra espressione molto diffusa tra le liceali per descriverlo a chi non lo conosceva era “occhi azzurri come il ghiaccio”; Jenny però avrebbe piuttosto paragonato quell’azzurro al cielo di una mattinata estiva. Lo sguardo di Chris non era mai freddo o scortese. Era semplicemente sincero.
Era lo sguardo di un ragazzo che sapeva di essere ammirato solo per il suo fascino e per le sue vittorie. Nessuna aveva mai cercato di andare oltre i gridolini di ammirazione suscitati dalla sua perfezione fisica; nessuna si era mai innamorata sul serio di lui, perché nessuna aveva mai provato a conoscerlo davvero. Tutte gli chiedevano sempre:”Ma come fai ad essere così bravo in qualunque cosa? Come fai a fare tutto?” …
“Perché lo sport ti piace così tanto?”.
Era stata la prima domanda che Jenny gli aveva rivolto, guardandolo con un’aria a metà fra l’incuriosito e lo scettico. “Dopo la ricreazione” aveva continuato, “la tua classe è la prima ad andare in palestra per la lezione di ginnastica e tu sei sempre in testa al gruppo. Dove trovi tutta quella voglia?”.
Prima di riuscire a risponderle, Chris l’aveva osservata per un tempo che a lui era sembrato infinito, anche se probabilmente non era durato che un paio di secondi.
Jenny Delmonte. La sorella gemella di Nico Delmonte, il ragazzo che andava all’allenamento con lui. Non si assomigliavano granché; anzi, non si assomigliavano per niente, ad eccezione degli occhi verdi. Gli era capitato di vederla altre volte, incrociandola per i corridoi della scuola o anche in giro per la città. Quella volta, invece, c’erano solo loro due, ed era stata lei a rivolgergli la parola, lei che a detta di tutti era la ragazza più timida del liceo. Durante quei due secondi che sfuggivano alla normale misurazione del tempo, Chris aveva pensato: ”Non ha il cellulare in mano”. E questa considerazione da sola bastava a stupirlo. Inoltre, non gli aveva chiesto ‘come’. Gli aveva chiesto ‘perché’. E lui aveva davvero cercato di spiegare cos’era quello stimolo nascosto nel profondo del suo essere, quello stimolo che lo incitava a correre e a percepire lo sforzo e la tensione di ogni singolo muscolo, ignorando le persone sorpassate e doppiate come se in quei momenti non ci fosse altri che lui. Forse era questo il motivo: la sensazione di assoluto benessere che la corsa, il salto, il nuoto e qualunque gioco di squadra gli trasmettevano era esaltante, lo faceva sentire libero.
Lo faceva sentire vivo, perché era quel che amava di più. Mentre parlava, Chris aveva guardato Jenny negli occhi e aveva capito, dal modo in cui lei ricambiava il suo sguardo, che lo stava ascoltando. Aveva capito che con lei poteva parlare senza avere l’impressione di recitare la parte del figo o del palestrato. Con lei, poteva essere sé stesso.
Durante il primo mese del torneo avevano giocato tante partite, e avevano cominciato a conoscersi sempre meglio. Avevano scoperto di avere una tattica comune negli scacchi, basata sulla prudenza: studiavano ogni mossa prima di compierla, e cercavano di prevedere quella che sarebbe seguita in risposta; e quando Jenny muoveva esattamente il pezzo che lui si aspettava di vederle muovere per spostarlo in una determinata casella, Chris sorrideva impercettibilmente, pensando che al suo posto avrebbe fatto la stessa cosa. Insomma, Jenny era diversa dalle altre: anche se si vestiva senza mai seguire le mode, anche se non andava pazza per le serie TV, anche se non si ‘valorizzava’, come dicevano le altre per intendere che aborriva ogni forma di make-up, Chris sentiva qualcosa per lei. Qualcosa che non sapeva spiegarsi, e che in un primo momento l’aveva fatto sentire malinconico ogni volta che Jenny guardava Kay in un modo particolare. Ma ultimamente, anche Jenny mostrava negli occhi verdi quella stessa malinconia, che scompariva come per magia quando tornava a ricambiare lo sguardo di Chris; e lui aveva sempre di più l’impressione che Jenny avesse capito qualcosa che fino a prima era sfuggito alla sua comprensione.
Così, mentre continuava a pensare allo strano miscuglio di emozioni che turbinavano nel suo cuore al solo sentirla nominare, Chris non si accorse che Jenny, mossa dopo mossa, aveva portato un pedone sull’ultima traversa, ‘promuovendolo’ a regina.
“Oh, cavolo!” esclamò il ragazzo.
“Scacco matto!” annunciò Jenny, con una risatina. “Vuoi una rivincita?” chiese poi.
“Bé, direi proprio di sì…” ribatté Chris; e mentre rimettevano i pezzi in posizione per poi cambiare il verso della scacchiera, non poté fare a meno di pensare: ”Devo restare concentrato…”. Guardò per l’ennesima volta il bel viso della ragazza di fronte a lui, incorniciato dai lunghi capelli biondi, e concluse fra sé e sé, sconsolato: ”Sarà difficile…”.
Ben poche persone, in tutto il liceo, potevano affermare di conoscere Kay, riservato tanto nella vita quotidiana quanto in quella virtuale, da lui poco frequentata. Nonostante fosse difficile cogliere tutti gli aspetti della sua personalità, queste poche persone avrebbero sicuramente concordato nel dire che il ragazzo era uno dei più onesti che esistessero. In effetti, Kay non diceva mai bugie. Non agli altri. Ma quando si trattava di mentire a sé stesso, diventava un esperto. Raccontare frottole alla persona che ti guarda dallo specchio è terribilmente facile: sai che nessuno ti scoprirà mai.
Tuttavia, mentre osservava il foglio affisso in bacheca con i nomi dei semifinalisti, Kay capì che al caso non si poteva sfuggire. Per pochi, orribili istanti, ebbe l’impressione che i battiti del suo cuore si accompagnassero a delle fitte di dolore; e dopo qualche giorno di smarrimento pressoché totale, varcò nuovamente la soglia del liceo, pronto a disputare la partita contro Nico Delmonte.
Le prime mosse furono eseguite in silenzio. Un osservatore esterno avrebbe pensato che i due avversari fossero estremamente concentrati sui movimenti di ogni singolo pezzo sulla scacchiera: sarebbe stato però impossibile percepire il tumultuoso dubbio che li attanagliava. Kay spostò un alfiere, inchiodando il cavallo del rivale sulla casella che occupava; poi, mentre aspettava che Nico facesse la sua mossa, si appoggiò allo schienale della sua sedia, guardandolo di sottecchi.
Il ragazzo, più piccolo di lui di un anno, studiava la scacchiera con aria leggermente contrariata. Un ciuffo di capelli neri, assecondando il movimento della testa che si inclinava appena, scivolò in avanti, coprendogli l’occhio destro. Per un attimo, lo sguardo di Nico si spostò sul viso di Kay; quando si accorse che quest’ultimo era probabilmente intento a guardarlo già da un po’, riabbassò rapidamente gli occhi sui suoi pezzi, serrando le labbra. “È proprio come quattro anni fa” pensò Kay, lasciando, per una volta, che i ricordi di un giorno lontano tornassero a trafiggergli il cuore come una morbida lama bollente.
Era il primo giorno di scuola. Al suono della campanella, studenti e studentesse avevano varcato le porte del liceo, chi con l’aria eccitata per l’inizio di una nuova avventura, chi desolato nel ripensare alle vacanze estive, appena finite e già così lontane. Per Kay, Chris e Teo cominciava il secondo anno; mentre raggiungevano la loro aula, avevano incrociato un ragazzino e una ragazzina, con lo sguardo un po’ disorientato tipico dei primini: evidentemente non riuscivano a trovare la loro classe. Era stata questione di un attimo, ma nel momento in cui Kay aveva ricambiato lo sguardo di quegli occhi verdi, qualcosa era scattato nell’aria, scaldandolo fin nel profondo del suo essere. Tuttavia, anche un’altra persona si era accorta dell’intensità di quel breve scambio: un ragazzo del quinto, che l’aveva guardato con occhi taglienti, mentre un sorriso di scherno piegava le sue labbra sottili. Due sguardi nell’arco di due secondi, entrambi impossibili da dimenticare, e che l’avrebbero condizionato per molto tempo. Durante la prima ora di quel lontano primo giorno di scuola, Kay non era riuscito ad ascoltare una sola parola dell’insegnante. L’unico suono a riempirgli le orecchie era il battito sordo del suo cuore. Continuava a tormentarsi le mani facendo scrocchiare le nocche, come faceva sempre quando era nervoso. Il suo compagno di banco gli aveva lanciato un paio di occhiate perplesse, per poi disinteressarsi del tutto a lui. Non che Kay se ne fosse accorto.
Il suo corpo era lì, ma i suoi pensieri erano inquieti e lontani.
Quelle due paia di occhi si ripresentavano incessantemente davanti a lui. Il primo era di un verde intenso, quasi ipnotico, e poco prima aveva attirato il suo sguardo come se fosse stato un magnete. Erano degli occhi curiosi e al tempo stesso un po’ intimoriti dall’ambiente nuovo che li circondava e dai ragazzi più grandi, che avevano l’aria navigata dei veterani che ne hanno viste di tutti i colori. Erano degli occhi che esprimevano tante fragilità, celando al contempo una grande forza, capace di affrontare senza paura ogni tipo di ostacolo. Forse quegli occhi non erano ancora consapevoli di tutto questo, perciò lo avevano guardato in quel modo così particolare, un po’ timido e un po’ sorpreso, che aveva fatto nascere in lui qualcosa di mai provato prima. Ma inevitabilmente, un altro paio di occhi arrivava a spazzare via quel sentimento dolce e sincero. Degli occhi scurissimi, quasi neri, che l’avevano scrutato impietosamente e avevano capito. E poi quel sorriso, di puro disprezzo.
Da quel giorno, aveva cominciato a mentire a sé stesso. Aveva cominciato ad evitare lo sguardo di Nico, perché aveva paura di quel che provava e di come gli altri lo avrebbero giudicato, se avessero capito a loro volta. Da un lato, questa bugia l’aveva protetto; da un altro, era stato come prendere a calci il proprio cuore, ignorando le sue proteste e i suoi strepiti, e pensando che non ci fosse altro modo per farlo stare zitto. Per un po’, aveva funzionato. Nico aveva smesso di guardarlo in quella maniera: forse si era accorto di come anche sua sorella Jenny cercasse di avvicinarsi a Kay, e aveva preferito farsi da parte, abbassando gli occhi.
Ma ora, per qualche motivo, la bugia non funzionava più. E se ne erano accorti tutti e due.
Tutta colpa di quelle maledette partite a scacchi: prima di ritrovarsi in semifinale ne avevano giocate parecchie, e ogni singola mossa aveva avuto l’effetto di farli avvicinare, contro le loro stesse volontà. Anche in quel momento Kay se ne rese conto, vedendo fare a Nico esattamente ciò che si aspettava: stava minacciando il suo alfiere con un misero pedone, coperto però dalla regina. Mentre metteva al sicuro il suo pezzo, Kay ripensò ad una frase che gli era stata rivolta qualche tempo fa dal suo avversario, una frase riguardo il modo in cui giocava, apparentemente scorretto: Nico infatti non sopportava di dover subire le mosse “subdole”, come l’inchiodata o la forchetta, prediligendo invece una tecnica più diretta, a volte persino avventata. Kay, con tanti anni di esperienza alle spalle, era infinitamente paziente e aveva sviluppato una tattica versatile e adatta ad ogni tipo di situazione. Quell’importante partita stava confermando tutto questo, ma i due ragazzi avevano la chiara impressione che qualcosa fosse rimasto in sospeso. Gli scacchi potevano anche averli aiutati a dare un primo scossone alla barriera che li aveva separati durante quei quattro anni di dolorosa noncuranza; ma il colpo di grazia spettava solo a loro.
“Dannazione… qui si mette male” pensò Nico. A fiancheggiare il suo re erano rimasti solo una torre e un pedone, ben lontano dall’ottava traversa. Certo, il suo sfidante era decisamente più bravo; il problema era che lui stesso stava giocando male. Era nervoso, spostava i pezzi seguendo l’istinto e senza pensarci due volte, e in questo modo aveva già commesso diversi errori. Era fin troppo probabile che Kay, da un momento all’altro, gli avrebbe dato scacco matto. A Nico non dispiaceva, in fondo: dal suo punto di vista, arrivare in semifinale era già un ottimo risultato. Ma ormai la partita non gli interessava più. Mentre giocava, aveva capito di non aver dato l’adesione al torneo di scacchi perché si aspettasse di vincere: l’aveva fatto per trovare rifugio da una quotidianità asfissiante, fatta di occhiate sprezzanti e di commenti derisori. Era stanco di sentirsi giudicato su tutto, dai capelli lunghi al volto dai lineamenti delicati, che lo faceva sembrare più piccolo dei suoi diciotto anni. Era stanco di nascondersi e di fare finta di nulla. E soprattutto, non voleva sprecare un’occasione che forse non si sarebbe più ripresentata. Così, seguendo un’ispirazione improvvisa, fece avanzare di una casella il suo ultimo pedone, spostandolo sulla traversa controllata dall’avversario. Kay inarcò un sopracciglio e guardò Nico. Quest’ultimo, intento a sua volta a scrutarlo, non abbassò gli occhi, quasi impedendogli di fare altrettanto. Kay era rimasto con la mano a mezz’aria, pronto a muovere la torre per togliere di mezzo quell’audace pedone; ma questa volta fu lui a rimanere inchiodato. Nico lo stava guardando in modo diverso dal solito: sembrava volerlo accusare di qualcosa. E in effetti era proprio così, lo sapevano bene entrambi. Messo alle strette da quegli occhi inquisitori, Kay permise finalmente al suo cuore di sciogliere il groppo che gli aveva serrato la gola fino a quel momento, e mormorò una sola parola, la più semplice e la più sincera.
“Scusami”.
Dopo averla pronunciata, si sentì strano, come disarmato, ma al tempo stesso terribilmente felice. Di colpo, non gli importava più niente della torre, del pedone, della scacchiera; non gli importava più nulla del torneo e della tanto attesa rivincita contro Teo Dariani: l’unica cosa davvero essenziale era il sorriso del ragazzo davanti a lui.
Quando ebbe perso anche l’ultimo pedone, sempre con quel sorriso appena accennato sulle labbra, Nico spinse in avanti il suo re, facendolo cadere sulla scacchiera ormai quasi vuota. Si era arreso.
“Il cavallo. Quel maledetto cavallo è l’ultimo problema che mi rimane. Se riesco a liberarmene, dovrei avere la vittoria in tasca.”
Così pensava Fatima, mentre i suoi occhi accigliati sondavano la scacchiera. Lei e Teo erano riusciti a sterminarsi a vicenda le regine, gli alfieri e quasi tutti i pedoni; ma mentre Fatima aveva perso entrambi i cavalli, il suo avversario ne aveva ancora uno. Quel pezzo molesto era già riuscito a sottrarle una torre: doveva assolutamente escogitare una strategia per toglierlo di mezzo. Se ci fosse riuscita… se fosse riuscita a vincere, sarebbe stata la prima, nell’arco di cinque anni, ad avere la meglio sull’imbattibile Teo Dariani. Il solo pensiero era esaltante. Dopo che ebbe spostato la sua ultima torre per minacciare il cavallo del rivale, Fatima rimase ad aspettare, con lo sguardo fisso sul proprio re come se avesse voluto perforarlo. Fissare la scacchiera le sembrava l’unico modo di tenere a bada i suoi pensieri: voleva rimanere concentrata su quella partita a tutti i costi, per evitare che la sua mente ricominciasse a seguire un filo tutto suo, riportandola su qualcosa che non voleva ricordare. Tuttavia, man mano che le mosse si susseguivano, non poté sottrarsi a distrazioni sempre maggiori, finché gli avvenimenti del giorno precedente non arrivarono a presentarsi spontaneamente davanti a lei.
Qualcuno del vicinato, volontariamente o meno, aveva fatto la spia.
Fatima lo aveva capito nel momento stesso in cui aveva messo piede in casa, incrociando lo sguardo di sua madre: uno sguardo duro, quasi ostile, che celava un che di amareggiato e profondamente deluso.
“Lo sa” aveva pensato la ragazza, con un sussulto di panico. Altre volte, in passato, si era chiesta come avrebbe reagito se qualcuno avesse spifferato a sua madre che ogni volta che usciva di casa si toglieva il velo di nascosto: le avrebbe parlato con calma, spiegando le sue ragioni, oppure sarebbe rimasta in silenzio, incapace di affrontare la più tremenda sfuriata di sempre?
In quel momento, una minuscola parte di lei aveva desiderato di voltarsi e di imboccare nuovamente le scale; ma Fatima l’aveva messa a tacere in un moto d’orgoglio, aveva chiuso la porta alle proprie spalle e aveva fronteggiato sua madre. Non c’era stato posto per la moderazione: le voci, perentoria e accusatrice quella della mamma, squillante e ferita quella di Fatima, avevano fatto risuonare l’atrio dell’appartamento di parole via via più pesanti e dolorose, sia da ascoltare che da pronunciare. Alla fine, Fatima si era chiusa in camera sua, urlando alla madre di voler essere lasciata in pace, mentre quest’ultima le ribatteva una volta di più quanto un comportamento del genere da parte di una ragazza fosse vergognoso. Cosa avrebbe pensato suo padre? Non le importava più niente dei valori con cui era cresciuta?
Dopo un po’, la mamma si era allontanata lungo il corridoio. Rannicchiata vicino al suo letto, Fatima aveva pianto dalla frustrazione, mentre le sue mani tremanti stracciavano il velo, riducendolo a brandelli. Ma inevitabilmente, la rabbia aveva lasciato il posto al dolore, e alla consapevolezza della profonda rottura che si era venuta a creare.
Quella sera non si era nemmeno fatta vedere per la cena, e il mattino dopo era uscita di casa per andare a scuola senza rivolgere una sola parola alla madre. Era dispiaciuta per le cose che aveva detto, ma allo stesso tempo continuavano a risuonarle nella testa le accuse veementi che la mamma le aveva scagliato contro. Mentre camminava a passo rapido verso il liceo, aveva avuto l’impressione di capire solo in quel momento che forse, tra lei e sua madre, non c’era mai stata una vera comprensione. Non avevano mai davvero parlato fra di loro, perché avevano sempre dato per scontato che il proprio punto di vista fosse superiore a quello dell’altra. E adesso si era creata quella situazione di astio, che faceva male ad entrambe, ma da cui nessuna delle due sapeva come uscire, in quanto fermamente convinte di avere ragione e di non voler concedersi nulla.
Fatima si era dunque presentata alla semifinale, con i capelli in disordine e gli occhi arrossati: non avrebbe voluto farsi vedere da Teo in quelle condizioni, ma non riusciva a nascondere il suo stato d’animo. Avevano cominciato la partita, giocando con attenzione, ma ormai i pensieri di Fatima vagavano sempre più lontani da quella scacchiera, diretti verso il ricordo di due voci spezzate e taglienti come frammenti affilati di vetro.
Non appena l’aveva vista sedersi di fronte a lui, Teo aveva notato gli occhi gonfi della sua avversaria; tuttavia, osservando l’atteggiamento chiuso di lei, aveva preferito non indagare sui motivi che potevano averla spinta a piangere.
Le partite di preparazione al torneo sembravano aver dato i loro frutti: Fatima era riuscita a sviluppare in poco tempo una tattica simile a quella di Teo, basata su schemi mentali decisamente complessi e improvvisi rovesciamenti di situazione. Era chiaro, però, che le poche settimane che aveva avuto la ragazza non equivalevano ad anni e anni di esperienza pregressa: gli scacchi erano da sempre il gioco preferito di Teo, e i tornei organizzati dal liceo erano stati un’occasione per implementare ulteriormente le sue già ottime abilità. Anche in quel momento, la sua strategia stava funzionando a meraviglia: Fatima si stava infatti concentrando su un modo per eliminare il fastidioso inconveniente rappresentato dall’ultimo cavallo del suo avversario, mentre Teo, sfruttando il cavallo come un diversivo, si stava preparando a darle scacco matto con le torri. Mentre la partita si avvicinava alle battute finali, il giovane si sorprese a ripensare a quanto poco conoscesse la sua sfidante: l’aveva vista confidarsi solo con Jenny Delmonte, la sua migliore amica, che se si fosse trovata al posto di Teo avrebbe sicuramente saputo come consolarla. Già, per quanto Fatima si stesse sforzando di nasconderlo, era evidente che qualcosa la turbava profondamente: un paio di volte era addirittura sembrato a Teo che gli occhi scuri della ragazza si inumidissero di lacrime. Gli dispiaceva doverla affrontare in quello stato, perché sicuramente non avrebbe giocato al suo meglio, come dimostravano alcuni piccoli errori da lei commessi; in ogni caso, Teo aveva la sensazione che vincere quella partita non l’avrebbe comunque aiutata a stare meglio.
Così, quando arrivò il momento, Fatima poté finalmente sbarazzarsi del cavallo solo per vedere il rivale piazzare la torre sull’ultima traversa, intrappolando il suo re in uno scacco definitivo. Sentendosi un po’ meschino, Teo osservò la reazione della ragazza, che inarcò un sopracciglio e borbottò: “Avrei dovuto immaginarlo…”
Più tardi, mentre uscivano dall’aula adibita al torneo, Teo si portò al fianco di Fatima e scese con lei le scale; sentendo la discreta vicinanza dell’amico, la giovane percepì chiaramente che Teo aveva capito come si sentiva ed era lì proprio per farla sentire anche solo un po’ meglio e per ascoltarla, se lei avesse avuto voglia di parlare, o anche solo per sostenerla con la sua presenza silenziosa. Accennando appena un sorriso forse inconsapevole, Fatima gli si accostò impercettibilmente, felice di non essere sola mentre camminava lentamente verso casa. Non avrebbe saputo dire perché, ma adesso le sembrava che la discussione del giorno prima non avesse causato una rottura irreparabile, in fin dei conti: quella sera stessa avrebbe parlato con sua madre, e avrebbero trovato una soluzione. Insieme.
Una settimana dopo, arrivò il momento tanto atteso: la finale del torneo di scacchi, che avrebbe visto sfidarsi Kay Makales e Teo Dariani. I loro amici erano schierati al gran completo per assistere alla partita più importante di tutte: come ormai sapeva l’intero liceo, era il quinto anno di fila in cui a qualificarsi per il primo premio erano sempre gli stessi contendenti. Per quattro anni, Teo aveva ottenuto sempre la medaglia d’oro: questa, per Kay, era l’ultima occasione per riuscire a batterlo. Sotto gli sguardi trepidanti degli spettatori, la partita entrò pian piano nel vivo, con un susseguirsi di mosse imprevedibili ed esperte, degne dell’abilità eccezionale dei due ragazzi, tanto che ad un certo punto Iannis emise un debole fischio e commentò a bassa voce: “Caspita! Era dai tempi di Karpov e Kasparov che non si disputava una partita del genere!”
“Già” mormorò Irina. “Secondo voi, chi vincerà?”
“Teo, ovviamente” rispose Fatima.
“Ma stai scherzando?!” esclamò Nico. “Punto la mia paghetta su Kay!”
Jenny ridacchiò e disse: “Punto anch’io, ma su Teo! Chi perde, paga l’aperitivo!” Poi, rivolgendosi a Chris, domandò: “E tu che ne pensi? Su chi punteresti?”
Il ragazzo la guardò con una scintilla divertita negli occhi azzurri e rispose: “Sinceramente, non ne ho idea! Credo che abbiano tutti e due delle motivazioni piuttosto forti. Comunque, a proposito dell’aperitivo, che ne diresti se dopo andassimo al cinema?”
Jenny finse di pensarci su, poi rispose sorridendo: “Direi che è un’ottima idea!”
“Ma guarda che coincidenza! Anche io e Irina stavamo pensando la stessa cosa!” esclamò Iannis. “Fatima, tu sei dei nostri?”
“Sì, io e Teo ci siamo messi d’accordo proprio ieri!”
“Sul serio?” chiese Jenny. “E tua madre… non ha avuto niente da ridire?”
Fatima guardò l’amica e scosse la testa con un sorriso: “Finalmente sono riuscita a parlarci tranquillamente, e lei ha capito le mie ragioni. Mi ha promesso che d’ora in poi mi lascerà più autonomia e che non cercherà più di farmi vedere le cose a modo suo.”
“Vivi e lascia vivere, insomma…” commentò Irina.
“Che situazione assurda…” brontolava intanto Nico, arrossendo lievemente. “Mi sa che questa sera al cinema ci andremo in otto…”
Per un momento, il gruppetto di amici si scambiò una serie di sguardi increduli; poi scoppiarono a ridere tutti insieme. Quando tornarono a concentrarsi sulla partita, si resero conto che mancava davvero poco: a quanto pareva, Kay stava per mettere Teo con le spalle al muro.
Mossa dopo mossa, il finale del torneo sembrava ormai già scritto finché, con uno dei suoi proverbiali e inaspettati gambetti, Teo chiuse la partita sotto lo sguardo sgomento di Kay.
“Scacco matto” annunciò, con un’aria sorniona quanto quella del suo gatto.
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